Brenner: “Il controspionaggio non riguarda più solo i governi, anche le aziende sono nel mirino”

(Adnkronos) – La Russia potrebbe lanciare attacchi fortemente destabilizzanti contro un Paese della Nato nei prossimi tre-cinque anni. La probabilità, secondo Joel Brenner, è “molto alta”. E mentre Mosca si prepara a mettere alla prova la tenuta dell’Alleanza Atlantica, Pechino potrebbe avere tutto l’interesse a evitare una guerra, persino su Taiwan, perché la competizione con l’Occidente sta già evolvendo a suo favore. 

È un quadro tutt’altro che rassicurante quello tracciato in un’intervista all’Adnkronos da Brenner, già National Counterintelligence Executive degli Stati Uniti, ispettore generale della National Security Agency (Nsa), oggi docente al Massachusetts Institute of Technology (Mit) e membro dell’Advisory Board di Highground, che si riunirà a Roma in occasione degli HG Dialogues. Un uomo che ha passato buona parte della propria carriera a occuparsi delle minacce alla sicurezza americana e che oggi individua il principale pericolo per l’Occidente nelle sue stesse debolezze. 

Lei sostiene che la minaccia più grave per le democrazie occidentali arrivi oggi proprio dalle loro fragilità interne, che possono essere sfruttate dalle potenze autoritarie. È questo il principale problema dell’Occidente?
 

“La questione dei punti di forza e di debolezza delle società aperte rispetto a quelle autoritarie non è nuova. Era forse il problema filosofico fondamentale della prima metà del Novecento. Negli anni Trenta, quando le economie liberali crollarono, molti pensavano che il futuro sarebbe stato fascista o comunista: in entrambi i casi, una soluzione autoritaria all’incapacità delle società aperte di risolvere i propri problemi strutturali. 

Oggi stiamo assistendo a qualcosa di simile. Il mondo è più disorganizzato e instabile che in qualsiasi momento dalla fine della Seconda guerra mondiale e, con l’eccezione di alcune settimane durante la crisi dei missili di Cuba del 1962, anche più pericoloso. 

Il problema fondamentale dell’Occidente è la difficoltà ad affrontare questa sfida, per ragioni sia culturali sia strutturali. C’è un profondo risentimento sociale verso le élite di governo, accompagnato da una sorta di ripiegamento su se stesse delle democrazie dei consumatori. I romani parlavano di panem et circenses. Oggi abbiamo i sussidi pubblici e, al posto dei giochi del circo, TikTok e altre forme di intrattenimento superficiale. Anche il settore privato riflette questa ricerca della gratificazione immediata, con l’ossessione per i risultati trimestrali e l’incapacità di programmare sul lungo periodo. 

Abbiamo poi costruito una cultura politica che enfatizza i diritti senza attribuire altrettanta importanza ai doveri e agli obblighi verso la collettività. Le generazioni più giovani conoscono poco la propria storia e il funzionamento delle istituzioni. Nel frattempo, tra le persone immensamente ricche si è diffusa un’ideologia contraria all’intervento pubblico, che non riconosce nemmeno allo Stato il compito di definire obiettivi collettivi. 

E poi ci sono le disuguaglianze, con concentrazioni di ricchezza straordinarie e multinazionali che dispongono di risorse e potere superiori a quelli di molti governi. A tutto questo si aggiungono le migrazioni, aggravate dai cambiamenti climatici e sfruttate anche dalla Russia come strumento di pressione sull’Europa. Non sorprende che assistiamo alla crescita dell’estrema destra in tutto l’Occidente”. 

La Cina sta cercando di rafforzare la propria capacità di attrazione in Europa, soprattutto presso imprese, università e centri di ricerca. Gli Stati Uniti sembrano invece avere perso parte della loro capacità di proporre un modello. Sta venendo meno il legame culturale e politico tra le due sponde dell’Atlantico?
 

“La storia degli Stati Uniti e dell’Europa è, per molti versi, la storia di una comunità nordatlantica. Abbiamo origini culturali comuni, ma questo racconto sta cominciando a cambiare, anche per effetto delle trasformazioni demografiche americane. Ci sono cittadini provenienti dalla Somalia o dall’America Latina che si chiedono perché dovrebbero interessarsi all’Ucraina quando gli Stati Uniti hanno mostrato scarso interesse per le regioni da cui provengono. 

Durante la Guerra fredda avevamo capito che era essenziale avere una storia da raccontare. Non soltanto l’economia occidentale era enormemente più forte di quella sovietica, ma avevamo anche un racconto migliore. E quel racconto piaceva. Piace ancora: le persone continuano a voler venire in Europa e negli Stati Uniti. 

Il problema è che oggi non lo stiamo raccontando. Negli Stati Uniti siamo stati governati da un’amministrazione che ha abbandonato le istituzioni internazionali attraverso le quali si esercita l’influenza. Ma l’atteggiamento mostrato agli altri popoli non è una caratteristica americana: è una caratteristica di chi ci governa oggi”. 

Pensa che, con una diversa amministrazione americana, sia possibile tornare a un rapporto più forte con l’Europa? O qualcosa è cambiato definitivamente?
 

“Dobbiamo fare attenzione all’espressione ‘tornare indietro’. Potremmo avere una nuova amministrazione democratica, orientata alla cooperazione internazionale, ma non torneremo a quello che avevamo prima. Quando Trump venne eletto nel 2016 e poi arrivò Biden, pensammo che tutto fosse tornato alla normalità. Non succederà di nuovo.  

Credo però che sia molto probabile l’arrivo di una nuova amministrazione che comprenda quanto la forza dell’Occidente dipenda dalle sue alleanze. Non penso che continueremo ad avere questa visione estremamente transazionale dei rapporti internazionali. L’Europa richiederà comunque l’attenzione degli Stati Uniti, che agli americani piaccia oppure no. E Vladimir Putin avrà molto da dire al riguardo”. 

Come stanno interpretando Cina e Russia le debolezze occidentali?
 

“Credo che cinesi e russi stiano traendo lezioni molto diverse da quello che sta accadendo. Se fossi Xi Jinping, l’ultima cosa che vorrei in questo momento sarebbe una guerra. Le guerre sono rischiose, pericolose, e gli Stati Uniti, anche quando vengono considerati un soggetto imprevedibile, restano un soggetto imprevedibile molto potente. Per la Cina le cose stanno andando nella direzione giusta. Perché rischiare una guerra, persino su Taiwan? Nessuno sa come andrebbe a finire. Le forze armate cinesi si stanno modernizzando rapidamente, ma quelle americane rimangono enormemente potenti. Se fossi Xi, non vorrei scommettere sull’esito di un conflitto. 

La Russia vede il mondo diversamente. Putin ha giocato molto, molto bene una mano debole. Il suo Paese gli sta cadendo a pezzi intorno, ma dispone ancora di forze armate potenti, che sono migliorate notevolmente rispetto alla débâcle del febbraio e marzo 2022, quando sembravano incapaci persino di allacciarsi le scarpe. Credo che la probabilità di attacchi russi davvero destabilizzanti contro un Paese Nato nei prossimi tre-cinque anni sia molto alta. 

Mosca vede un’Unione europea squilibrata, bloccata dalla regola dell’unanimità e incapace di prendere decisioni significative negli affari internazionali. E vede anche una Nato in difficoltà. Già dieci o quindici anni fa, nelle riunioni dell’Alleanza, si sentivano domande del tipo: andremmo davvero in guerra per difendere questo o quel Paese? Putin capisce perfettamente queste debolezze. È un uomo del judo, sa che tutto si basa sull’equilibrio. Credo che vedremo l’intera alleanza difensiva sottoposta a una prova molto seria. Non conosco nessuno che pensi che i russi non tenteranno qualcosa del genere entro cinque anni. Alcuni parlano di tre. La Cina è il nostro concorrente più importante per il benessere e la posizione complessiva dell’Occidente nel mondo, ma la Russia rappresenta probabilmente il problema più urgente”. 

L’AI sta trasformando anche il lavoro delle agenzie di intelligence. Il vantaggio americano nelle tecnologie più avanzate si tradurrà in una superiorità strategica rispetto alla Cina?
 

“Non conosco la risposta a queste domande. Nessuno la conosce. Ma penso che ci stiamo concentrando eccessivamente su chi sia in testa nella corsa all’AI, su chi possieda il chip migliore o il modello leggermente più avanzato. Una cosa nella quale i cinesi sono sicuramente più bravi di noi è la diffusione delle tecnologie e la loro applicazione nell’economia e nella società. Credo che questo sia importante quanto la capacità di sviluppare i sistemi più sofisticati. Gli europei amano parlare di sovranità tecnologica e digitale, sostenendo di possederla o di volerla conquistare, ma non hanno né l’una né l’altra. 

Lo dico da amico dell’Europa: non potete uscire da questo problema a colpi di regolamenti. Dovete uscirne innovando. E non credo che l’Europa sia oggi nelle condizioni di farlo. È troppo affezionata alla regolamentazione di ogni cosa. Alcune delle caratteristiche che rendono l’Europa un posto meraviglioso in cui vivere derivano proprio da quelle regole, ma stanno anche frenando la crescita nei modi peggiori. La maggior parte dei Paesi europei è un pessimo posto in cui avviare un’impresa. La pressione fiscale è altissima e gli ostacoli regolamentari sono molto pesanti”. 

Quanto all’intelligence, l’AI potrà davvero aiutare i governi ad anticipare crisi e minacce? Il giudizio umano resterà indispensabile?
 

“Tutti utilizzano l’AI. La usano i miei studenti, la uso io e naturalmente la utilizzano le agenzie di intelligence per elaborare enormi quantità di informazioni che altrimenti non potrebbero essere analizzate e sintetizzate. È anche uno strumento straordinariamente utile per comprendere come cambiano i risultati quando si modificano determinate variabili. Per la pianificazione militare, per esempio, è estremamente prezioso. 

Ma l’idea che l’AI sia un oracolo capace di guardare nel futuro è un mito. Utilizzarla senza il controllo di un giudizio umano esperto è molto pericoloso per qualsiasi decisione strategica. Credo che l’elemento umano resterà indispensabile per sempre. L’AI è un generatore di probabilità estremamente sofisticato. Può essere addestrata soltanto su ciò che è già accaduto nel mondo, non sul futuro. 

Come ci ricordano gli intermediari finanziari, i risultati passati non garantiscono quelli futuri. Naturalmente il passato ci aiuta a capire ciò che potrebbe accadere, ma non lo determina. Il mondo è pieno di sorprese e non credo che l’AI eliminerà la possibilità di essere colti di sorpresa. Può arricchire la nostra riflessione sugli scenari futuri, ma non dirci che cosa accadrà. Inoltre è vulnerabile all’avvelenamento dei dati e alla disinformazione, che la stessa AI può produrre a velocità sempre maggiore. Il bisogno di giudizio umano non scomparirà”. 

Oggi si parla sempre più spesso di sicurezza economica e di un approccio che coinvolga l’intera società, comprese le imprese private. Quanto è cambiata la responsabilità del settore privato nella sicurezza nazionale?
 

“Quando ero responsabile delle politiche di controspionaggio del governo americano, dicevo alle aziende che il controspionaggio era stato a lungo un problema dei governi, ma ormai era diventato anche un loro problema. Perché le imprese hanno segreti da proteggere, operazioni da difendere, e ci sono attori che vogliono rubare quei segreti e interrompere quelle attività. Nelle società aperte occidentali, la maggior parte di ciò che chiamiamo infrastrutture critiche è controllata dal settore privato: reti elettriche, sistemi finanziari, trasporti, petrolio, gas ed energia. Sono sistemi dai quali dipende il funzionamento dei nostri Paesi e che, durante una guerra o nella fase che la precede, verrebbero attaccati. 

Il problema è che i consigli di amministrazione e i dirigenti devono preoccuparsi dei risultati economici e degli azionisti. Ma i costi di un eventuale collasso di queste infrastrutture ricadrebbero sull’intera società, non soltanto sulle aziende proprietarie. E quei costi non vengono adeguatamente considerati. I governi devono quindi occuparsi molto di più delle vulnerabilità nazionali create dalle debolezze delle imprese private. È un problema con cui mi confronto da circa vent’anni. L’Europa è più propensa degli Stati Uniti a regolamentare, ma applica le regole in modo discontinuo. Mi è capitato di incontrare aziende, anche in Germania e in Giappone, i cui responsabili della sicurezza sapevano di non essere in grado di proteggere le reti informatiche, mentre i vertici non volevano nemmeno sentirne parlare. 

Ho l’impressione che le grandi imprese americane oggi siano più consapevoli del problema rispetto a quelle europee, anche se è difficile generalizzare. In Europa, comunque, c’è ancora molto da fare. E i russi stanno contribuendo a far capire la gravità del problema a chi prima non voleva vederlo. Basta guardare quello che sta succedendo in Ucraina”. 

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