Dal consiglio comunale di Prato un ordine del giorno contro il decreto scuola del governo

La consigliera Salimusaj del Pd: "Introdurre percentuali rigide significa avere una fotografia dell’Italia che non corrisponde alla realtà"

PRATO – Il consiglio comunale di Prato dice no al tetto del 30 per cento per gli alunni stranieri nelle classi prime.

L’aula ha approvato oggi un ordine del giorno contro il decreto scuola del governo Meloni. Il provvedimento introduce anche corsi di italiano obbligatori per alcuni genitori stranieri, con sanzioni per chi non li frequenta. L’atto, presentato da Partito Democratico, Biffoni Sindaco, Orgoglio per Prato Casa Riformista e Alleanza Verdi e Sinistra, impegna il sindaco e la giunta a portare la contrarietà della città al Ministero dell’istruzione e del merito e all’Anci.

“Introdurre percentuali rigide significa avere una fotografia dell’Italia che non corrisponde alla realtà. E significa non conoscere città come Prato, dove convivono circa 120 etnie e da decenni sperimentiamo cosa vuol dire crescere e studiare insieme”, dichiara Arjana Salimusaj, consigliera del Pd che ha presentato l’atto. “La cittadinanza non coincide con la conoscenza della lingua. Un bambino nato a Prato che parla perfettamente italiano finisce nel tetto solo perché non ha fatto due anni di asilo. Uno arrivato da piccolo che parla benissimo viene contingentato per il luogo di nascita. Un bambino con cittadinanza che ha davvero bisogno di aiuto linguistico, per il decreto non esiste. Dobbiamo valutare le competenze effettive, non usare la cittadinanza come criterio sostitutivo”.

Salimusaj rivendica il lavoro di Comune, scuole, università e terzo settore. “Prato investe da tempo risorse proprie nella facilitazione linguistica e nell’inclusione. Qui è nato il Modello Prato, che ha suscitato interesse anche in altre città italiane. Le risposte esistono, ma vanno costruite partendo dalla realtà e sostenute con risorse adeguate”. L’ordine del giorno chiede un criterio nazionale fondato sulle competenze linguistiche e più docenti di italiano L2, in particolare della classe di concorso A023, attraverso il confronto con gli Uffici scolastici regionale e territoriale. Chiede inoltre trasparenza sui dati relativi a flussi migratori, deroghe e risorse assegnate alle scuole.

“Dobbiamo sapere chi ha bisogno di italiano L2 e chi no. È questo il dato che deve orientare le politiche scolastiche – spiega Salimusaj – Va superata anche la logica punitiva verso le famiglie. Se lo Stato prevede corsi per i genitori nei Cpia, deve prima garantire che esistano, con insegnanti, posti e orari compatibili con il lavoro. Ogni bambino deve imparare l’italiano al meglio, perché la lingua serve a conoscere i propri diritti e a sentirsi parte della comunità. Ci si arriva con gli insegnanti, i corsi, la facilitazione linguistica e gli investimenti. Non con le quote“, conclude Salimusaj.

“Non vogliamo una scuola che separi le culture, né frazioni in cui le comunità vivano una accanto all’altra senza incontrarsi – afferma Marco Sapia, capogruppo del Pd – Includere non significa cancellare le differenze, ma conoscersi e costruire insieme uno spazio comune. La scuola pubblica è il luogo in cui bambini con storie diverse siedono allo stesso banco e scoprono che le differenze sono una ricchezza”. .

Nel suo intervento in aula Sapia ha richiamato l’esperienza di Torino del 1970, quando nelle scuole della cintura operaia, dove arrivavano i figli degli operai del Sud, la risposta non fu dividere i bambini ma dare di più. Nacque così il tempo pieno, diventato modello nazionale con la legge 820 del 1971. “Questo è il concetto chiave: bisogna dare di più, non di meno. La società italiana è già cambiata rispetto al modello di riferimento della destra al governo. Noi pensiamo che per formare i cittadini di oggi lo Stato deve investire di più, nella scuola come nel mondo del lavoro e nella sanità. Invece si assiste a uno Stato che arretra e al posto di occuparsi dei problemi veri con questo decreto si butta fumo negli occhi”.

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