Carceri, cortei e stretta sui minori: cosa ne pensa il pedagogista

Celle per adulti aperte ai minorenni, fermo preventivo per chi si coordina sui social e nuove fattispecie di reato per arginare la violenza urbana. È questa la linea di rigore tracciata dal ministro della Giustizia Carlo Nordio in risposta ai gravi disordini dello scorso 17 ottobre, che hanno causato devastazioni nelle principali città italiane. Soltanto a Milano, le stime di Confcommercio quantificano i danni a negozi e vetrine in circa un milione di euro. A colpire è soprattutto il dato anagrafico dei fermati: su 271 persone condotte in questura, ben 220 erano minorenni, per la grande maggioranza con cittadinanza italiana. E sulle risposte del governo è già polemica.

Il piano di Nordio: spazio nelle carceri, esercito e monitoraggio social

Intervenuto ai microfoni di Sky TG24, il ministro ha ammesso la crisi strutturale degli istituti minorili. Davanti a una situazione definita “in sofferenza”, l’esecutivo valuta di impiegare i pochi fondi a disposizione per ampliare i posti disponibili o di stipulare accordi per destinare ai minori alcuni reparti delle carceri per adulti.

Accanto alle strutture detentive, il ministro ha difeso le misure preventive e di controllo del territorio. Tra queste spiccano il fermo preventivo, pensato per intercettare sui social i messaggi di invito a saccheggi e bloccare le violenze sul nascere senza tradursi in detenzione, e l’impiego dei militari dell’esercito, chiamati a compiti di presidio per liberare le forze di polizia dalle mansioni ordinarie.

A far discutere sul piano teorico è stata anche la riflessione sull’età dell’imputabilità. Pur precisando che il governo non intende attualmente intervenire sulla soglia dei 14 anni, Nordio ha ricordato le origini della norma nel Codice penale del 1930, osservando come “non sarebbe blasfemo pensare di abbassarla” alla luce del mutato contesto generazionale.

Il decreto sicurezza: pene più severe e reati associativi

L’inasprimento sanzionatorio si concretizza nelle disposizioni del decreto sicurezza, introdotte per colmare quello che il governo definisce un “vuoto di tutela penale” di fronte a violenze organizzate telematicamente.

Il Codice penale viene integrato dall’art. 420-bis (“Violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche”), che punisce con la reclusione da due a cinque anni e multe fino a 20.000 euro chi, in gruppi di almeno cinque persone, impiega od oppone bastoni, mazze, petardi, razzi o spray urticanti. La pena subisce aumenti fino alla metà in presenza di volti travisati o di attacchi mirati a reti di trasporto, servizi pubblici ed infrastrutture essenziali. Analogo aggravio di pena viene introdotto per il danneggiamento commesso da gruppi organizzati (art. 635.1 c.p.).

La voce degli esperti: “Il carcere non sia una scuola di criminalità”

La risposta incentrata sul binario punitivo ha suscitato forti perplessità tra magistrati, forze di opposizione ed esperti del settore educativo. Il pedagogista Daniele Novara ha definito la moltiplicazione delle carceri minorili “una scelta profondamente sbagliata”, sostenendo che il carcere giovanile rischi di trasformarsi in una “scuola di criminalità” anziché in un percorso di recupero.

Per Novara, “invece che 500 soldati servono 500 progetti educativi”. L’invito rivolto a giudici e magistrati è quello di privilegiare la messa alla prova e gli istituti alternativi alla detenzione, capaci di responsabilizzare i ragazzi. La sicurezza duratura, ribadisce il pedagogista, non si costruisce moltiplicando le sbarre, ma sostenendo famiglie e scuola nell’esercizio della propria funzione di guida.

Il cortocircuito con la scuola: carcere a 14 anni, ma veti sull’educazione affettiva

Le critiche si espandono anche online e si collegano a una tensione più ampia che attraversa l’opinione pubblica e i movimenti studenteschi scesi pacificamente in piazza. Al centro della contestazione vi è un evidente paradosso: mentre a livello governativo si discute di ampliare la detenzione e si valuta perfino la soglia penale per gli under 14, sul fronte scolastico sono stati imposti limiti all’educazione relazionale e sessuale.

Con la recente legge n. 104/2026, il cosiddetto ddl Valditara, messo a punto dal ministro dell’Istruzione e del Merito, l’accesso alle attività didattiche inerenti alla sessualità è stato subordinato al preventivo consenso informato delle famiglie, stabilendo al contempo un divieto assoluto per le scuole dell’infanzia e primarie. Il ministro Valditara difende la norma spiegando che la legge protegge la libertà educativa dei genitori contro la “propaganda gender”, preservando comunque l’educazione al rispetto e le nozioni biologiche nei programmi di scienze.

Il timore espresso dalle piazze è che lo Stato si dimostri pronto a considerare i giovanissimi pienamente responsabili e punibili sul terreno penale, negando loro proprio quegli strumenti educativi precoci e strutturati indispensabili per prevenire il disagio relazionale e la violenza.

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Giovani

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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