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Dalle tasse agli affitti, quanto costa l’università e quali sostegni esistono

Scegliere l’università non significa soltanto confrontare corsi, materie e prospettive di lavoro. Per molte famiglie la domanda decisiva è diventata un’altra: quanto costa permettere a un figlio di studiare, soprattutto quando l’ateneo si trova lontano da casa?

Alla vigilia dell’anno accademico 2026/27, migliaia di future matricole devono valutare non solo l’offerta formativa, ma anche la sostenibilità economica del percorso scelto. Dietro ogni immatricolazione si nascondono infatti bilanci familiari molto diversi. Chi frequenta nella propria città sostiene tasse, pasti, libri e trasporti; un pendolare aggiunge il costo e il tempo degli spostamenti; per un fuori sede la voce principale diventa quasi sempre l’abitazione.

Le opportunità per ridurre la spesa esistono, ma non passano attraverso un unico bando. Accanto alle borse regionali per il diritto allo studio ci sono la no tax area, gli esoneri legati al merito, i contributi finanziati direttamente dagli atenei, le agevolazioni dei Collegi Universitari di Merito e il Fondo Studio garantito dallo Stato. Requisiti, procedure e scadenze cambiano però da uno strumento all’altro.

Quanto costa frequentare l’università

Le tasse universitarie rappresentano soltanto una parte del conto. Nell’ultimo approfondimento statistico completo del ministero dell’Università e della Ricerca, riferito all’anno accademico 2023/24, gli iscritti agli atenei statali hanno versato mediamente 943 euro. Considerando soltanto gli studenti effettivamente paganti, la contribuzione media è salita a 1.493 euro, mentre il 37,7% degli iscritti è risultato totalmente esonerato. Gli importi sono calcolati al netto della tassa regionale per il diritto allo studio e dell’imposta di bollo.

Le differenze territoriali sono consistenti: negli atenei statali del Nord gli studenti paganti hanno corrisposto mediamente circa 1.700 euro, contro poco più di 1.000 euro nelle Isole. La cifra effettiva dipende dall’Indicatore della situazione economica equivalente, l’Isee, dal corso frequentato e dalle regole stabilite dall’università.

Nel campione di atenei analizzato da Federconsumatori per l’anno accademico 2025/26, i costi sono aumentati mediamente del 5,9% rispetto all’anno precedente. L’indagine non comprende l’intero sistema universitario, ma monitora alcuni dei principali atenei pubblici italiani e mostra come gli importi massimi possano superare i 4mila euro per determinati corsi scientifici. La maggior parte degli studenti paga comunque cifre inferiori grazie alla progressività legata al reddito, agli esoneri e alle agevolazioni deliberate dai singoli atenei.

Per i fuori sede, tuttavia, l’affitto può superare in pochi mesi l’intera contribuzione universitaria annuale. Secondo l’analisi di Immobiliare.it Insights aggiornata a marzo 2026, Milano resta la città più cara tra quelle considerate, con una richiesta media di 729 euro al mese per una stanza singola. Seguono Firenze con 625 euro, Roma con 609 e Bologna con 599 euro.

Nelle dieci città che ospitano i maggiori atenei statali, i prezzi delle stanze singole sono aumentati mediamente del 41% rispetto al marzo 2020. Gli incrementi più elevati sono stati registrati a Bari, con il 59%, e Palermo, con il 55%. La crescita dei canoni non riguarda quindi soltanto Milano, Roma e le altre tradizionali destinazioni universitarie del Centro-Nord.

Al canone vanno aggiunti il deposito iniziale, le utenze, le spese condominiali, i pasti, i trasporti urbani, i viaggi per tornare a casa e il materiale didattico. La spesa cambia radicalmente in base alla città scelta e alla possibilità di ottenere un posto in una residenza universitaria. La distinzione tra studente in sede, pendolare e fuori sede non è soltanto statistica: determina anche il valore della borsa di studio e la quota di costi che resta a carico della famiglia.

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Borse regionali, quanto valgono e chi può ottenerle

Il principale strumento pubblico è la borsa per il diritto allo studio universitario. Gli importi minimi e i limiti economici massimi vengono aggiornati a livello nazionale dal Mur, ma i bandi sono gestiti dalle Regioni attraverso gli enti per il diritto allo studio o, in alcuni territori, direttamente dagli atenei.

Per l’anno accademico 2026/27, gli importi minimi sono stati fissati a 7.171,11 euro per gli studenti fuori sede, 4.190,71 euro per i pendolari e 2.890,16 euro per chi studia in sede.

Per accedere ai benefici bisogna rispettare sia il requisito reddituale sia quello patrimoniale. Il limite massimo nazionale dell’Isee, l’indicatore che considera redditi, patrimoni e composizione del nucleo familiare, è stato fissato a 28.339,88 euro. Quello dell’Ispe, l’Indicatore della situazione patrimoniale equivalente, è pari a 61.608,48 euro. Le soglie effettivamente applicate, insieme ai requisiti di merito, devono comunque essere controllate nel bando dell’ente regionale competente.

Non sempre la borsa viene corrisposta interamente in denaro. Può comprendere una quota monetaria insieme a servizi come mensa e posto letto. Per essere riconosciuto come fuori sede, inoltre, non basta studiare in un’altra città: normalmente bisogna risiedere a una distanza minima dall’ateneo e dimostrare di avere un contratto di locazione per il periodo previsto dal bando. In mancanza della documentazione, lo studente può essere riclassificato come pendolare.

La copertura delle graduatorie è aumentata sensibilmente. Nell’anno accademico 2024/25 sono state assegnate complessivamente 299.618 borse nel sistema della formazione superiore, raggiungendo il 99,8% degli studenti risultati idonei alla data della rilevazione. Il totale comprende anche interventi destinati a settori diversi dai soli corsi universitari di laurea e non deve quindi essere interpretato come il numero esclusivo delle borse ricevute dagli universitari.

Una copertura quasi totale non significa però che il problema economico sia risolto. Nelle città più care, il valore minimo della borsa per un fuori sede può essere assorbito quasi completamente dall’affitto di una stanza per dieci mesi. Inoltre, la famiglia deve spesso anticipare il deposito, i primi canoni e le spese dell’immatricolazione prima dell’erogazione della prima rata.

Alle borse regionali si affiancano le agevolazioni dei Collegi Universitari di Merito, strutture non profit riconosciute dal Mur che offrono, oltre all’alloggio, servizi di ristorazione, spazi di studio e percorsi formativi aggiuntivi.

Secondo la Conferenza dei Collegi Universitari di Merito, che rappresenta realtà nelle quali sono accolti circa 5mila studenti, le agevolazioni possono ridurre in tutto o in parte la retta complessiva del Collegio e quindi sostenere anche le spese di alloggio, vitto e servizi.

I criteri cambiano tra i diversi bandi. Alcune agevolazioni dipendono soprattutto dalla situazione economica, altre valorizzano il merito, mentre altre ancora combinano Isee, risultati scolastici, motivazione e qualità complessiva del percorso. Possono essere considerate anche la regolarità negli studi, le esperienze extrascolastiche e la partecipazione alle attività formative.

Alcune borse sono rinnovabili per più anni, purché lo studente mantenga i requisiti indicati. Va inoltre ricordato che domanda per il contributo e domanda di ammissione non sempre coincidono: risultare idonei a una borsa non comporta automaticamente l’ingresso nel corso universitario, nella residenza o nel Collegio scelto.

“Le borse di studio non coprono solo le tasse universitarie, ma possono sostenere anche i costi legati alla vita fuori sede”, sottolinea Elisa Valeriani, presidente della Conferenza dei Collegi Universitari di Merito. “Rafforzare questi strumenti e la consapevolezza sulla loro esistenza contribuisce a rendere l’università più accessibile e a sostenerne la funzione di mobilità sociale”.

No tax area, merito e prestiti: gli altri aiuti disponibili

Prima delle agevolazioni legate ai voti esiste una no tax area nazionale per gli studenti degli atenei statali. L’esonero dal contributo omnicomprensivo è totale per chi appartiene a un nucleo familiare con Isee fino a 22mila euro e diventa parziale, con percentuali decrescenti, fino a 30mila euro.

Dal secondo anno intervengono anche requisiti relativi alla regolarità dell’iscrizione e ai crediti formativi conseguiti: almeno 10 crediti entro il 10 agosto per l’accesso al secondo anno e almeno 25 crediti nei dodici mesi precedenti per gli anni successivi. I singoli atenei possono ampliare la fascia esente o introdurre condizioni più favorevoli. L’esonero riguarda il contributo universitario; possono restare dovuti l’imposta di bollo e la tassa regionale per il diritto allo studio.

Prendere il massimo dei voti alla maturità può consentire di pagare ancora meno, ma non esiste un esonero automatico nazionale valido in tutte le università. Sono i singoli atenei a decidere se premiare le matricole diplomate con 100 o 100 e lode e a quali condizioni.

Nell’anno accademico 2025/26, per esempio, la Sapienza di Roma prevedeva per chi si immatricolava con il massimo dei voti un contributo universitario fisso di 30 euro, al quale si aggiungevano la tassa regionale di 140 euro e il bollo da 16 euro. Il beneficio poteva essere mantenuto negli anni successivi rispettando specifici requisiti di crediti e rendimento. Le condizioni per il 2026/27 devono essere controllate nel nuovo regolamento di contribuzione dell’ateneo.

Le università pubbliche possono inoltre finanziare borse proprie, separate da quelle regionali. Per il 2026/27 l’Università Statale di Milano ha messo a concorso 1.055 borse di Ateneo da 1.800 euro, assegnate sulla base dei requisiti economici e di merito stabiliti dal relativo bando.

La tipologia degli interventi varia molto. Possono esserci premi per le matricole, contributi straordinari per difficoltà economiche, rimborsi dell’affitto, sostegni per la mobilità, agevolazioni riservate a determinati corsi oppure collaborazioni retribuite nelle biblioteche e negli uffici universitari.

L’Università di Bologna, per esempio, ha confermato per il 2026/27 borse per studenti in condizioni di difficoltà, contributi per sostenere le spese di affitto e sanitarie dei fuori sede, esoneri per neogenitori e famiglie con più componenti iscritti all’ateneo. Requisiti, importi e modalità di selezione cambiano a seconda dell’intervento.

Per questo non basta consultare il bando regionale. Sul sito dell’università scelta vanno controllate anche le sezioni dedicate a tasse ed esoneri, borse e premi, collaborazioni studentesche, alloggi e mobilità. Una famiglia che non rientra nei limiti Isee della borsa regionale può comunque avere accesso a un sostegno finanziato dall’ateneo, da una fondazione o da un Collegio.

Un’altra possibilità è il Fondo Studio gestito da Consap, spesso definito prestito d’onore. Non si tratta però di una borsa: il denaro ricevuto deve essere restituito. Il Fondo agevola l’accesso a un finanziamento bancario attraverso la garanzia dello Stato ed è rivolto a studenti meritevoli tra 18 e 40 anni iscritti a università, master, specializzazioni, dottorati, percorsi Its Academy, corsi Afam e altre attività formative ammesse.

Il prestito può raggiungere 50mila euro per gli studi in Italia e 70mila euro per quelli all’estero, attraverso tranche annuali non superiori a 15mila euro. Per l’iscrizione a una laurea triennale o a ciclo unico è richiesto un diploma con almeno 75 centesimi; per una laurea magistrale è necessario avere conseguito la triennale con almeno 100 su 110.

Le erogazioni successive alla prima dipendono dalla prosecuzione regolare del percorso e dal superamento di almeno metà degli esami previsti. La restituzione può durare da tre a quindici anni e non può iniziare prima del trentesimo mese successivo all’ultima tranche. La banca non può chiedere ulteriori garanzie personali o patrimoniali, ma mantiene la valutazione del merito creditizio. La garanzia pubblica non cancella il debito: le somme ricevute devono essere restituite.

La regola più utile, prima dell’immatricolazione, è quindi cercare le opportunità su più livelli e farlo con anticipo. La domanda per l’università, quella per la borsa regionale, l’ammissione a una residenza e la richiesta di un’agevolazione dell’ateneo possono seguire calendari diversi. Perdere una scadenza può significare rinunciare non soltanto a un contributo economico, ma alla possibilità concreta di studiare nella città e nel corso scelti.

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content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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