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Emorragia post-part, da Oxford arriva il protocollo “Motive” e il metodo 5-in-1

Ogni dodici minuti, in qualche parte del mondo, una madre muore a causa di un’emorragia post-parto che la medicina oggi è finalmente in grado di fermare. Questa non è solo una statistica drammatica, ma il punto di partenza di una sfida epocale lanciata dall’Università di Oxford attraverso una nuova serie scientifica pubblicata su The Lancet.

Gli studi, coordinati dal professor Arri Coomarasamy del reparto di Ginecologia e Medicina riproduttiva di Oxford, rivelano che la maggior parte delle quasi 43.000 morti annue per questa causa sono prevenibili attraverso un cambio radicale nei protocolli ospedalieri. L’ateneo britannico ha guidato la ricerca per diffondere quella che è stata definita come una vera e propria “Roadmap” per azzerare le morti evitabili entro il 2030.

Un cambio di paradigma: la nuova soglia dei 300 ml

La prima grande rivoluzione riguarda il momento dell’intervento. Per decenni, i medici hanno atteso che una donna perdesse 500 millilitri di sangue prima di diagnosticare un’emorragia. Le nuove prove scientifiche presentate da Oxford suggeriscono invece di agire molto prima: la nuova definizione ufficiale stabilisce che il trattamento deve scattare non appena si raggiungono i 300 millilitri di sangue perduto, se accompagnati da segni vitali alterati, oppure al raggiungimento dei 500 indipendentemente dai sintomi. Questo anticipo permette di intervenire prima che il sanguinamento diventi catastrofico. Inoltre, le fonti bocciano definitivamente la stima “a occhio” della perdita ematica, che fallisce nel 52% dei casi, imponendo l’uso di strumenti oggettivi come i teli di raccolta calibrati.

Il protocollo “Motive” e la lotta ai sei ritardi

Il cuore operativo della strategia è il protocollo Motive, un pacchetto “5-in-1” di interventi basati sull’evidenza scientifica da somministrare contemporaneamente subito dopo la diagnosi. L’efficacia è straordinaria: l’applicazione di questo metodo riduce del 60% la probabilità che una donna scivoli verso un’emorragia fatale. La ricerca identifica inoltre sei ritardi critici che devono essere eliminati per vincere questa “corsa contro il tempo”:

  1. Ritardo nella diagnosi: risolvibile con misurazioni oggettive.
  2. Ritardo nel primo trattamento: risolvibile autorizzando ostetriche e infermieri a usare subito il pacchetto Motive.
  3. Ritardo nell’escalation: quando mancano criteri chiari per chiamare rinforzi.
  4. Ritardo nell’uso di misure temporanee: come l’uso di indumenti anti-choc non pneumatici, cioè un dispositivo medico di compressione per il trattamento dell’emorragia, che viene avvolto attorno alle gambe, al bacino e all’addome della paziente.
  5. Ritardo nella gestione della causa: per identificare subito se il problema è l’utero, la placenta o un trauma.
  6. Ritardo nell’accesso al sangue: la disponibilità rapida di sacche per trasfusione è vitale.

Prevenzione e impatto economico: una sfida da 10 miliardi

Non si tratta solo di emergenza, ma di salute della donna a 360 gradi. Gli scienziati di Oxford sottolineano che la prevenzione inizia molto prima del parto, combattendo l’anemia in gravidanza, garantendo l’accesso alla contraccezione per evitare gravidanze non pianificate e riducendo il ricorso a parti cesarei non necessari, che aumentano drasticamente il rischio di sanguinamento. L’impatto di questa condizione è anche economico: l’emorragia post-parto costa al mondo circa 10,4 miliardi di dollari ogni anno, tra spese sanitarie e costi sociali.

Il messaggio finale dei ricercatori è un appello urgente ai governi: oggi abbiamo i farmaci, abbiamo gli strumenti diagnostici semplici e abbiamo un protocollo efficace. Come dichiarato dal professor Coomarasamy, nessuna donna dovrebbe più morire di parto perché l’aiuto è arrivato troppo tardi o con i metodi sbagliati. La strada è tracciata; ora serve la volontà politica di trasformare la scienza in realtà in ogni sala parto del pianeta.

 

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content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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