Pasta in bianco per i figli di chi non paga la mensa scolastica, bufera a Mortara. Il sindaco: “Saldato già il 22% del debito”

“Viva la pasta col pomodoro”, cantava Rita Pavone esaltando un piatto simbolo della classe operaia. Era il 1964 e oggi quella stessa pasta potrebbe tornare a identificare un confine sociale: il Comune di Mortara, in provincia di Pavia, ha annunciato il menù differenziato per i figli di chi è indietro con il pagamento della mensa scolastica. Mentre gli altri bambini continueranno a mangiare pasta con il sugo e altri piatti più nutrienti, ai figli dei morosi verrà servita pasta in bianco e carne bianca.

Dal momento che il servizio della mensa scolastica è gestito e appaltato direttamente dal Comune, l’iniziativa è in capo al sindaco e alla giunta comunale. L’opposizione di centrosinistra parla di discriminazione, ma il primo cittadino Fabio Farina, eletto a giugno in una Lista civica di centrodestra slegata dai partiti, precisa che l’obiettivo è far sì che i bambini ne parlino con i genitori, inducendoli a saldare il debito.

Parlando con la Provincia Pavese, il primo cittadino specifica che la misura riguarda le famiglie che hanno accumulato arretrati per oltre 150 euro, aggiungendo che spesso il mancato pagamento è frutto di “dimenticanze”. Prima di arriva a questa soglia, il Comune invia un sollecito indicando alle famiglie morose la cifra dovuta e le modalità per mettersi in regola con i pagamenti. In alcuni casi è possibile anche concordare una rateizzazione, ma se il debito supera i 150 euro scatta il menù differenziato.

“La misura sta dando i suoi frutti”

Secondo Farina, la misura avrebbe già dato i primi risultati e diverse famiglie hanno regolarizzato la propria posizione. In molti casi, precisa Farina, gli arretrati sarebbero stati accumulati per semplice dimenticanza: “Le cifre insolute sono passate da 33.003,58 euro, ad agosto, a 25.788,11. Quindi abbiamo recuperato 7.215,47 euro in poco tempo, quasi il 22%. Gli uffici comunali continuano in queste ore a ricevere famiglie intenzionate a rateizzare o saldare”, precisa il sindaco di Mortara.

“Abbiamo riaperto le iscrizioni fino al 30 settembre per consentire agli uffici di organizzare il servizio e di acquisire le informazioni su eventuali allergie. Le famiglie vengono informate delle somme dovute e possono pagarle o concordare un piano di rateizzazione. Lo facciano, nell’interesse dei figli”, aggiunge Farina specificando che “49 famiglie hanno ottenuto l’esenzione, per un valore complessivo annuo medio di 42.500 euro”.

Secondo l’amministrazione, la misura serve anche a far uscire allo scoperto quelle famiglie che non pagano pur potendoselo permettere, distinguendole da chi si trova in reale stato di povertà.

I precedenti

Il modello di Mortara ha diversi precedenti. Nel 2019 a Minerbe, in provincia di Verona, e in passato a Montebelluna, nel trevisano, ai figli dei genitori non in regola con i pagamenti veniva negato il pranzo standard e servito unicamente un pasto sostitutivo composto da pane, olio e un frutto. Anche in questi casi, l’obiettivo dichiarato dalle amministrazioni è stato quello di spingere il minore a lamentarsi a casa per la forte differenza rispetto ai piatti dei compagni di tavolo, inducendo così i genitori a saldare il debito.

Un gradino sopra in termini di rigidità si collocano i precedenti legati all’obbligo del pranzo portato da casa, che ha generato storicamente pesanti dinamiche di emarginazione a causa delle normative igienico-sanitarie. L’esempio più celebre e vicino a Mortara è quello di Vigevano nel 2013, quando l’amministrazione comunale bloccò i badge della mensa a centinaia di famiglie: i bambini esclusi dal cibo della ditta dovettero portarsi il panino da casa e vennero fisicamente separati dai compagni,
pranzando in tavoli e aree isolate per evitare la contaminazione biologica tra cibi interni ed esterni. Una dinamica identica si era già verificata nel 2012 a Cavenago Brianza, nella provincia di Monza e della Brianza, dove i minori non in regola venivano confinati in locali distaccati rispetto al refettorio comune.

La tolleranza zero e la decisione del Consiglio di Stato

La linea più estrema rimane quella della tolleranza zero con l’espulsione immediata dei minori dai locali della mensa. Il caso simbolo in tal senso è avvenuto nel 2016 a Corsico, nel milanese, dove il Comune vietò l’accesso al refettorio a chiunque avesse debiti pregressi. La vicenda portò a una storica battaglia legale che si concluse nel 2019 davanti al Consiglio di Stato: i giudici diedero ragione al Comune, stabilendo che la mensa scolastica è un servizio pubblico a domanda individuale e non un diritto costituzionale gratuito legato alla scuola dell’obbligo.

Questa sentenza ha legittimato i sindaci di tutta Italia a interrompere le prestazioni ai morosi, un’opzione che negli anni è stata introdotta come extrema ratio nei regolamenti comunali di grandi centri come Brescia, Novara, Foggia e Taranto nei confronti delle famiglie insolventi che non risultano formalmente assistite dai servizi sociali.

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Famiglia

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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