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Perché i giovani uccidono? Dall’amore-possesso alla cultura della rabbia, l’analisi di Barbara Fabbroni

Perché i giovani uccidono? Parte da questa domanda la riflessione di Barbara Fabbroni, psicologa, psicoterapeuta, criminologa e autrice del podcast Crime Caffè, che intercetta l’interesse degli italiani per il true crime.

In un solo anno, gli omicidi commessi da minorenni in Italia sono più che raddoppiati: da 14 casi nel 2023 a 35 nel 2024, passando dall’4% all’11,8% del totale degli omicidi registrati nel Paese, secondo i dati del Servizio Analisi Criminale (Criminalpol). Non solo: i minori detenuti nei centri di detenzione giovanile hanno superato quota 580, contro i meno di 400 del 2022, e il rapporto “Disarmati” 2026 di Save the Children documenta che i casi di minorenni trovati in possesso di armi sono quasi triplicati in cinque anni (da 778 nel 2019 a 1.946 nel 2024).

I numeri dicono qualcosa che va oltre la cronaca. E chiedono una risposta che va oltre la condanna.

I fatti di cronaca, uno schema che si ripete

La lista degli episodi è lunga e porta con sé una costante: l’apparente futilità dei moventi. A volte per uccidere bastano la sensazione di essere stati umiliati, uno sguardo di troppo o la voglia di apparire maschi dominanti, come nel caso di Sako Bakari, il bracciante maliano ucciso a Taranto per puro dileggio da un gruppo di cinque ragazzi (quattro minorenni e un ventenne) tutti italiani. La coltellata fatale è stata sferrata da un quindicenne.

Lo studio Espad® Italia 2024, condotto dal Laboratorio di Epidemiologia dell’Istituto di Fisiologia Clinica del CNR su 20.201 studenti rappresentativi delle scuole superiori italiane, rileva che il 40,6% dei ragazzi tra i 15 e i 19 anni ha partecipato almeno una volta a una rissa o a una zuffa.

Chi è Barbara Fabbroni

Barbara Fabbroni è psicologa, psicoterapeuta e criminologa con una lunga esperienza clinica nel trattamento delle dipendenze affettive e delle psicopatologie di coppia. Ha analizzato casi di cronaca nera tra i più complessi degli ultimi decenni, dal caso Garlasco a quello di Yara Gambirasio, dalla strage di Erba a Nada Cella, offrendo letture delle dinamiche psicologiche che portano all’azione omicidiaria.

È da questa prospettiva doppia, clinica e criminologica, che Fabbroni propone un’analisi della violenza giovanile che non si ferma ai fatti, ma cerca le cause strutturali.

La fragilità emotiva che nessuno insegna a gestire

La radice del problema, per Fabbroni, è psicologica prima che sociale. Una parte crescente dei giovani di oggi, osserva dalla pratica clinica quotidiana, ha strumenti emotivi sempre più fragili per affrontare le inevitabili turbolenze della vita. Perché inevitabili e comuni a tutti sono il senso di frustrazione, rifiuto, gelosia, e fallimento.
Cosa è cambiato allora negli ultimi decenni, tanto da spingere molti adolescenti a reagire violentemente a queste situazioni?

Per la dottoressa Fabbroni, la risposta è nella cultura che promette gratificazioni immediate, in cui il dolore va evitato e il limite viene percepito come un’ingiustizia. Quando la realtà contraddice queste aspettative, in alcuni soggetti vulnerabili si innesca una rabbia intensa che non riescono a trasformare in pensiero: “l’emozione prende il posto della riflessione. L’impulso prende il posto del controllo”, spiega la psicoterapeuta.

I dati sembrano confermare questa tesi: la maggior parte degli omicidi commessi da giovani, infatti, rientra nella categoria della violenza impulsiva. Non si tratta di criminali organizzati o seriali, sottolinea Fabbroni, ma di soggetti che tollerano male la frustrazione, presentano difficoltà empatiche e reagiscono in modo sproporzionato a stimoli percepiti come minacciosi.  Il meccanismo descritto si chiama acting out, e si verifica quando l’azione sostituisce il pensiero, ovvero l’elaborazione del conflitto. “L’omicidio diventa l’esito estremo di una gestione disfunzionale dell’aggressività: il punto di non ritorno di una catena che poteva e doveva essere interrotta molto prima”.

L’effetto vetrina dei social

Un altro elemento da considerare sono i social media, che hanno stravolto la costruzione dell’identità adolescenziale. Molti ragazzi vivono oggi in una vetrina permanente in cui ogni esperienza è pubblica, ogni errore è visibile e ogni umiliazione può essere condivisa in pochi secondi.

Questa costante esposizione pubblica ha degli effetti psicologici precisi: aumento del confronto sociale, maggiore sensibilità al giudizio degli altri, bisogno costante di approvazione, paura dell’esclusione. Per un soggetto già vulnerabile, una delusione affettiva o una perdita di status assume dimensioni enormemente amplificate perché, come spiega Fabbroni, “Quello che un tempo era un dolore privato diventa una ferita pubblica”. È in questo salto di scala che trova spazio la violenza.

Genitori presenti, ma assenti

Famiglia, scuola e comunità faticano sempre più a svolgere quella funzione di contenimento emotivo che è il fondamento della crescita psicologica degli adolescenti.

Molti genitori, analizza Fabbroni, sono presenti materialmente ma assenti sul piano relazionale; altri, per paura di traumatizzare i figli, evitano di porre limiti che non andrebbe visto come una punizione, bensì come “una palestra di maturazione”. Un giovane che non impara ad accettare il “no” rischia di interpretare qualsiasi ostacolo come un’aggressione personale, e di rispondervi di conseguenza.

Amore come possesso, tra dipendenza affettiva e crollo identitario

Non è un caso che gran parte degli omicidi giovanili avvenga all’interno o ai margini di relazioni affettive.

Tra i giovanissimi è sempre più diffusa una concezione distorta dell’amore: non amore come incontro e rispetto reciproco, ma come possesso. Dietro la frase “se non sei mia, non sarai di nessuno”, spesso implicita, si trova un intreccio velenoso di dipendenza affettiva, fragilità narcisistica e paura dell’abbandono. Quando il partner decide di andarsene o di affermare la propria autonomia, il soggetto sperimenta quello che Fabbroni descrive come un crollo identitario: l’altro non era un’altra persona, era l’unico sostegno di un sé fragile. In certi casi, questa frattura esplode in violenza.

Per approfondire: Amore o possesso? Il lato oscuro della violenza tra adolescenti

La cultura della rabbia

A questo si aggiunge ciò che Fabbroni chiama la cultura della rabbia: una società che ha normalizzato l’aggressività nei dibattiti pubblici, nei social, nella televisione. I giovani apprendono per osservazione, e se il conflitto viene sistematicamente rappresentato come scontro e sopraffazione, la responsabilità è anche di chi promuove questo tipo di comunicazione. La violenza simbolica, avverte l’esperta, prepara il terreno alla violenza reale.

Cosa si può fare: cinque direzioni non più rinviabili

Fabbroni individua cinque strade concrete da poter percorrere, che non riguardano solo le famiglie o le forze dell’ordine, ma l’intera rete educativa e istituzionale:

Educare alle emozioni, insegnando competenze affettive accanto alle materie curriculari;

Insegnare la gestione del conflitto, superando la logica del vincitore e del vinto;

– Restituire valore ai limiti, in modo che la frustrazione non sia un trauma ma un’esperienza necessaria alla crescita;

Intercettare precocemente il disagio, dato che molti autori di reati gravi mostrano segnali di sofferenza molto prima dell’esplosione della violenza;

– Costruire comunità educanti, in cui la prevenzione non sia delegata a un solo attore.

La conclusione della psicoterapeuta è netta: “quando un giovane uccide, non fallisce soltanto un individuo. Fallisce una rete” perché la violenza nasce dall’incontro tra vulnerabilità psicologiche, contesti relazionali fragili e modelli culturali aggressivi. La vera sfida non è soltanto punire dopo il crimine dopo che è stato commesso. Ma capire i giovani, per evitare che lo commettano.

Giovani

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

© Riproduzione riservata

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