Quota 100, in pensione con 64 anni di età e 36 di contributi? L’ipotesi per il 2027

Quota 100 sì, quota 100 no: è questo il problema? No, come sempre in materia previdenziale, il problema è la copertura finanziaria. Secondo le stime dell’Inps e della Ragioneria dello Stato, la proposta della Lega per la pensione anticipata potrebbe costare tra 1,5 miliardi di euro e 1,8 miliardi di euro, ben oltre i 900 milioni attualmente previsti dalla Manovra per il fondo dedicato alla flessibilità in uscita. Da finanziare ci sono anche l’Ape sociale per disoccupati, caregiver, invalidi e lavori gravosi, che scadono a dicembre. 

Per questo, l’esecutivo starebbe ipotizzando un rinvio delle finestre di uscita alla seconda metà del 2027 o a tagliare le rivalutazioni degli assegni medio-alti. Poiché il requisito anagrafico minimo richiesto dalla proposta è di 64 anni, i potenziali beneficiari nel 2027 sarebbero i cittadini nati nel 1963. 

Cosa prevede la nuova quota 100 

L’impalcatura della proposta si regge su paletti molto più rigidi rispetto alla versione sperimentata nel triennio 2019-2021:  

  • I nuovi requisiti: la “nuova” quota 100 propone l’uscita anticipata dal lavoro a 64 anni di età con almeno 36 anni di contributi. A causa dell’adeguamento automatico alla speranza di vita che scatterà nel 2027, il requisito anagrafico potrebbe slittare a 64 anni e 1 mese;  
  • Il ricalcolo contributivo: oggi la possibilità di uscire a 64 anni è riservata esclusivamente ai “contributivi puri”, cioè a chi ha iniziato a lavorare dopo il 1° gennaio 1996. La proposta punta ad allargare la misura anche a chi si trova nel sistema “misto” (con versamenti antecedenti al 1996). Lo Stato richiede però una forte contropartita: chi accetta questa uscita anticipata dovrà subire il ricalcolo interamente contributivo di tutto l’assegno, rinunciando alla più favorevole quota retributiva;  
  • Slittamento delle finestre: per motivi di bilancio e scarsità di risorse, l’effettiva operatività dello strumento e la decorrenza dei primi pagamenti non scatterebbero a inizio anno, ma verrebbero posticipate alla seconda metà del 2027. 

Stime sulla platea 

La platea dei lavoratori potenzialmente coinvolti e il numero di coloro che decideranno effettivamente di inviare la domanda all’Inps rappresentano due gruppi numericamente molto distanti a causa delle penalizzazioni economiche proposte. Sul piano prettamente anagrafico la misura si rivolge in modo diretto ai lavoratori che compiranno 64 anni nel corso del 2027, identificabili quindi nella coorte dei nati nel 1963. Questa platea teorica subisce però un immediato restringimento a causa del filtro dei 36 anni di lavoro, poiché per i nati in quell’anno non è comune aver iniziato a versare contributi in modo del tutto continuativo all’età di 28 anni per riuscire a raggiungere l’anzianità richiesta. 

 Secondo le prime proiezioni tecniche e i dati preliminari discussi nei tavoli governativi, i cittadini in possesso di entrambi i requisiti contemporaneamente si aggirano complessivamente attorno ai 15.000 o 20.000 lavoratori. Gli esperti prevedono tuttavia un drastico crollo delle adesioni reali poiché il ricalcolo interamente contributivo comporta un taglio lineare sull’assegno mensile stimato tra il 15% e il 25% rispetto a quanto si percepirebbe aspettando la pensione ordinaria, una penalizzazione permanente che renderà la misura appetibile quasi esclusivamente per chi si trova in situazioni di oggettiva difficoltà occupazionale o ha l’urgente necessità di interrompere la propria attività.

Come funzionava la “vecchia” quota 100 

L’Italia ha già sperimentato quota 100 tra il 1° gennaio 2019 e il 31 dicembre 2021: chi, in questo periodo, maturava i requisiti poteva andare in pensione con 62 anni di età e 38 anni di contributi. Questo sistema si rivolgeva ai lavoratori iscritti all’assicurazione generale obbligatoria, alle forme sostitutive ed esclusive della stessa e alla gestione separata. Non poteva accedervi il personale delle forze armate, delle forze di polizia e della polizia penitenziaria.  

Per raggiungere i 38 anni di contributi non si dovevano conteggiare solo quelli legati al lavoro dipendente standard o a una singola gestione finanziaria. Al contrario, il lavoratore poteva sommare liberamente tutti i diversi tipi di contributi accumulati nella sua vita all’interno delle varie gestioni gestite dall’Inps. Ad esempio, era possibile unire i contributi derivanti dal lavoro autonomo o artigiano con quelli da lavoratore dipendente privato, aggiungendo anche i contributi figurativi accreditati automaticamente per periodi specifici come il servizio militare, i mesi di maternità o i periodi di disoccupazione e cassa integrazione. Tutto questo patrimonio contributivo veniva unito per intero senza subire penalizzazioni o tagli nel conteggio del tempo utile, permettendo così di raggiungere la soglia totale richiesta in modo molto più semplice e cumulativo rispetto al passato. 

Cosa succede adesso: l’iter della Manovra 

Nelle prossime settimane il testo della legge di Bilancio inizierà il suo lungo iter parlamentare, durante il quale i partiti di maggioranza cercheranno un compromesso definitivo. Solo allora si capirà se l’esecutivo deciderà di sacrificare la rivalutazione delle pensioni più alte per fare spazio a questo nuovo scivolo previdenziale, o se la riforma verrà ridimensionata per evitare un impatto insostenibile sui conti pubblici del 2027.

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Welfare

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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