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Reato di femminicidio, la replica di Bongiorno a Vannacci: “Nostalgia per il delitto d’onore?”

L’Auditorium della Conciliazione di Roma è diventato il palcoscenico di uno scontro ideologico e giuridico che sta dividendo il Paese. Durante l’assemblea costituente del suo nuovo partito, Futuro Nazionale, il generale Roberto Vannacci ha lanciato un attacco frontale alla legislazione vigente contro la violenza di genere, definendo il reato di femminicidio un’“assurdità” e una forma di “lavaggio del cervello alla cittadinanza”. Le sue parole hanno innescato una reazione a catena che ha visto contrapporsi la senatrice Giulia Bongiorno, promotrice della legge, esponenti di quasi ogni schieramento politico e i familiari delle vittime. Ma cosa dice davvero la legge e perché la sua esistenza è difesa con tanta forza?

La provocazione di Vannacci: “Uomini e donne sono uguali”

Il generale Vannacci ha articolato la sua critica partendo da un principio di parità formale, sostenendo che la specificità del reato violi l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. “Uomini e donne sono uguali, non c’è bisogno di proteggere alcuno nei confronti degli altri e quindi devono essere tutti soggetti alle stesse regole: non esiste il femminicidio”, ha dichiarato dal palco.

Secondo il leader di Futuro Nazionale, la gravità di un delitto non dovrebbe dipendere dalle caratteristiche della vittima: “Un reato non è più o meno grave in base al sesso, al colore della pelle o alla religione di chi lo commette o di chi lo subisce: questa è la vera parità”. Il generale ha poi aggiunto una provocazione diretta: “Così come c’è la violenza sulle donne c’è quella sugli anziani e non c’è un anzianicidio. Sono contrario al femminicidio, è un omicidio come tutti gli altri”.

Perché l’identità di genere non può essere paragonata a una ipotetica “identità di età”

La replica di Giulia Bongiorno e il senso dell’Articolo 577-bis

A rispondere punto su punto è stata la senatrice della Lega Giulia Bongiorno, presidente della Commissione Giustizia del Senato e promotrice della Legge 2 dicembre 2025, n. 181, che ha introdotto nel Codice penale l’Articolo 577-bis. Bongiorno ha definito la critica di Vannacci “totalmente fuorviante”, spiegando che la norma non serve a stabilire gerarchie tra le vite umane, ma a sanzionare il movente ideologico e culturale: “Il punto non è che la morte di una donna ‘pesa’ più di quella di un uomo, ma la gravità della spinta che porta a uccidere una donna per odio o disprezzo, ritenendola un essere inferiore”. La senatrice ha poi lanciato un monito storico: “Spero non ci sia nostalgia per il reato previsto fino al 1981, quando venivano concesse attenuanti a chi uccideva una donna per causa d’onore”.

Che cos’è tecnicamente il femminicidio?

Oltre la polemica politica, il femminicidio nell’ordinamento italiano ha una definizione giuridica precisa. L’art. 577-bis punisce con l’ergastolo chiunque cagioni la morte di una donna quando il fatto è commesso come:

  • Atto di odio, discriminazione o prevaricazione.
  • Atto di controllo, possesso o dominio in quanto donna.
  • Conseguenza del rifiuto della donna di instaurare o mantenere un rapporto affettivo.
  • Atto di limitazione delle sue libertà individuali.

La norma introduce inoltre un regime rigoroso per le circostanze attenuanti: anche se prevalenti, la pena non può scendere sotto i 24 anni (se singola) o i 15 anni (se multiple), blindando di fatto la sanzione rispetto all’omicidio volontario generico. Nonostante la solidità politica, la norma ha sollevato dubbi tra i giuristi per la difficoltà di dimostrare in giudizio la componente soggettiva (l’uccisione “in quanto donna”) e per potenziali disparità verso altre categorie vulnerabili, come la comunità Lgbtqi+.

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Il report 2026: i numeri del fenomeno

I dati operativi del Servizio Analisi Criminale del Ministero dell’Interno offrono una dimensione del fenomeno aggiungendo valore al dibattito. Nel triennio 2023-2025, gli omicidi volontari sono calati da 341 a 286, ma le vittime femminili restano una componente drammatica: 97 donne uccise nel solo 2025, di cui 85 in ambito familiare o affettivo. Nel primo trimestre del 2026, si sono registrate 3 vittime ufficiali di femminicidio ai sensi dell’art. 577-bis. Considerando tutte le fattispecie, le vittime di sesso femminile nei primi tre mesi del 2026 sono state 15, contro le 19 dello stesso periodo del 2025.

La bufera politica

Le dichiarazioni di Vannacci hanno compattato le opposizioni e creato imbarazzo nella maggioranza. Nel Partito democratico, la senatrice Cecilia D’Elia ha parlato di “negazionismo patriarcale” di chi non vede la specificità della violenza maschile. La deputata Michela Di Biase ha rincarato la dose: “Solo dalla feccia possono originare le parole gravissime pronunciate da Vannacci… il femminicidio non è uno slogan ideologico, ma un fenomeno studiato da istituzioni e magistratura”.

Le parlamentari del Movimento 5 Stelle hanno definito le parole del generale “gravi e irresponsabili”, sottolineando che negare la matrice culturale del fenomeno significa “fare da scudo a una cultura patriarcale che minimizza la violenza”.

Dal centrodestra, Deborah Bergamini (Forza Italia) ha ribadito che la legge votata all’unanimità è “una pagina che non si può e non si deve cancellare”. Simona Loizzo (Lega) ha definito il tentativo di negare il reato come “vergognoso”, accusando Vannacci di strumentalizzazione per propaganda. Martina Semenzato (Noi moderati) ha invitato il generale a confrontarsi direttamente con la realtà: “Che il femminicidio non esiste glielo vada a dire a Gino Cecchettin o ai genitori di Giulia Tramontano”.

Mentre Vannacci presenta un programma basato sulla remigrazione e la riforma della scuola con lavoro a 14 anni, il tema del femminicidio rimane la “linea rossa” che lo isola persino dai potenziali alleati, confermando come la tutela della libertà e della vita delle donne sia ormai un pilastro della coscienza civile e giuridica italiana.

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content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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