Un insegnante su tre ha almeno 55 anni (e intanto gli studenti diminuiscono): i dati Ocse sulla scuola che cambia

Il 36% degli insegnanti della scuola secondaria italiana ha almeno 55 anni. Nello stesso tempo, entro il 2033 il numero dei bambini tra 5 e 14 anni potrebbe diminuire del 18%. Sono le due curve che nei prossimi anni ridisegneranno la scuola italiana: da una parte meno studenti, dall’altra una quota molto alta di docenti vicini alla pensione.

I dati emergono dall’Ocse e arrivano oggi, 5 ottobre, nella Giornata mondiale degli insegnanti.

Il punto, però, non è stabilire semplicemente quanti docenti serviranno in meno. La riduzione della popolazione scolastica interviene su un sistema nel quale età del personale, distribuzione geografica degli studenti, sostegno, dimensione delle classi e disponibilità di risorse seguono dinamiche diverse.

I numeri dell’ultimo decennio lo mostrano già. Tra il 2015 e il 2024 gli alunni della primaria sono diminuiti dell’11%, mentre gli insegnanti sono aumentati del 4%. Nella scuola dell’infanzia gli iscritti sono scesi del 24%, i docenti del 7% e il rapporto tra bambini e insegnanti si è ridotto del 18%.

Un docente su tre ha almeno 55 anni

Il corpo docente italiano rimane relativamente anziano. Nel 2024 il 36% degli insegnanti della scuola secondaria aveva almeno 55 anni, contro il 25% nei Paesi per i quali l’Ocse dispone di dati. La quota è scesa rispetto al 46% del 2015, ma resta elevata anche rispetto al mercato del lavoro italiano: gli over 55 rappresentano il 23% sia degli occupati con una laurea di secondo livello o superiore sia della popolazione occupata complessiva.

Nei prossimi anni una parte consistente di questi docenti uscirà dal sistema mentre entreranno nelle scuole generazioni meno numerose. La coincidenza temporale, tuttavia, non produce un equilibrio automatico.

Un pensionamento riguarda una specifica classe di concorso, una scuola e un territorio. Il calo degli alunni segue invece la distribuzione della popolazione e può essere molto più intenso in alcune aree rispetto ad altre. È per questo che l’Ocse considera la demografia solo uno dei fattori che determinano il fabbisogno di personale.

La stessa logica vale per il sostegno. Nell’anno scolastico 2024-2025 gli alunni con disabilità erano quasi 377 mila, pari al 4,8% degli iscritti, contro il 2,6% di dieci anni prima. La crescita di questa componente modifica il fabbisogno anche in presenza di una popolazione scolastica complessivamente più piccola.

Il mercato del lavoro docente aggiunge un altro elemento. In Italia gli insegnanti della scuola dell’infanzia guadagnano in media il 36% in meno rispetto agli altri lavoratori con istruzione terziaria; per quelli della secondaria di primo grado il divario è del 33%. Solo il 22,6% dei docenti della secondaria di primo grado si dichiara soddisfatto dello stipendio.

Il problema del ricambio riguarda quindi anche la capacità di attrarre nuove persone verso l’insegnamento, non soltanto il numero di posti che si renderanno disponibili.

Il calo degli studenti non sarà uguale in tutta Italia

La previsione di un -18% nella fascia 5-14 anni entro il 2033 è una media nazionale. Per la scuola, però, la geografia del calo è decisiva. La rete scolastica non può essere ridisegnata come se studenti e docenti fossero distribuiti in modo uniforme. Nelle aree urbane una diminuzione degli iscritti può essere assorbita attraverso accorpamenti di classi o una riduzione della loro dimensione. Nei piccoli comuni e nelle aree interne, la stessa variazione può incidere sulla sopravvivenza di un intero plesso.

L’Ocse rileva già una relativa autonomia tra andamento degli iscritti e numero delle scuole. Tra il 2015 e il 2024 gli studenti della secondaria di primo grado in Italia sono diminuiti in media dello 0,32% l’anno, mentre il numero degli istituti è rimasto sostanzialmente stabile, con un aumento dello 0,03% annuo.

È una differenza importante. Mantenere una scuola con pochi alunni può essere costoso, ma chiuderla può aumentare le distanze da percorrere e ridurre ulteriormente l’attrattività di territori già in perdita demografica.

La riduzione degli studenti non è quindi soltanto una questione di organici. Interviene sulla distribuzione dei servizi, sulla mobilità quotidiana delle famiglie e sull’equilibrio tra efficienza economica e presenza territoriale della scuola.

Meno alunni, più risorse per studente?

Il calo degli iscritti può tradursi in una riduzione della spesa e degli organici oppure in un aumento delle risorse disponibili per ciascun alunno. La scuola dell’infanzia mostra già la seconda dinamica: tra il 2015 e il 2024 gli iscritti sono diminuiti del 24%, ma i docenti solo del 7%, con un rapporto bambini-insegnanti più favorevole.

Alla primaria è avvenuto qualcosa di simile: meno alunni e più insegnanti. Questo significa che la demografia, da sola, non determina l’esito. Conta la scelta su come utilizzare le risorse liberate dalla riduzione degli iscritti.

Nel 2023 la spesa pubblica italiana per l’istruzione dalla primaria alla post-secondaria non terziaria era pari al 2,7% del Pil, contro il 3,1% medio dell’Ocse; nel 2015 era al 2,8%. Allo stesso tempo, la spesa per studente non è bassa in ogni segmento: nella primaria, nel 2023, l’Italia spendeva 14.313 dollari a parità di potere d’acquisto per studente, contro una media Ocse di 12.893; nella secondaria di primo grado 15.034 contro 14.291.

Il problema è quindi meno lineare di quanto suggerisca il solo confronto tra spesa e Pil. Con una popolazione scolastica in diminuzione, la questione diventa come distribuire personale e risorse tra territori, livelli di istruzione e bisogni differenti.

La Giornata mondiale degli insegnanti del 2026 cade nel sessantesimo anniversario della Raccomandazione Ilo-Unesco sullo status dei docenti. Il documento del 1966 fissò principi su formazione, reclutamento, condizioni di lavoro e riconoscimento professionale. Unesco ha dedicato l’edizione di quest’anno proprio alla tutela e al rafforzamento dello status degli insegnanti.

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Popolazione

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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