Architettura, a Rho GhéphyrArch apre il confronto sul rapporto tra progetto e dimensione umana

COMUNICATO STAMPA – CONTENUTO PROMOZIONALE

RHO – Ripensare il ruolo dell’architettura partendo dall’uomo, dal rapporto con i luoghi e dalla responsabilità che ogni progetto assume nei confronti della società. È il tema attorno al quale GhéphyrArch ha riunito professionisti e partner a Villa Scheibler, a Rho, per un incontro dedicato al concetto di “Architettura dell’Anima”. 

 

La scelta di una dimora storica come sede dell’appuntamento ha fatto da cornice a una riflessione che ha attraversato diversi aspetti della progettazione contemporanea, dalla crescente presenza della tecnologia alla necessità di recuperare una visione multidisciplinare dell’architettura, fino al rapporto tra spazio, sensi e percezione. 

 

Al centro, il pensiero sviluppato da Nicola Mordà e sintetizzato nel concetto di “Architettura dell’Anima”, un’espressione che non vuole identificare uno stile o una corrente progettuale, ma riportare l’attenzione sulla dimensione umana, culturale e sociale della disciplina. «Questo incontro ha la finalità di rimettere al centro, nella disciplina dell’architettura, quello che Maria Zambrano chiama il sapere dell’anima», ha spiegato Mordà. «Ritorniamo con l’uomo al centro e l’architettura deve dare il suo contributo in quanto disciplina sociale». 

 

Dall’autoreferenzialità alla responsabilità verso la società
 

Una delle questioni affrontate ha riguardato il superamento di una concezione dell’architettura eccessivamente concentrata sul gesto progettuale o sull’affermazione dell’autore. Una stagione che, secondo Mordà, deve essere riletta alla luce dei cambiamenti intervenuti nella società e delle nuove esigenze che attraversano il rapporto tra persone e spazi. 

 

«L’architettura autoreferenziale è un qualcosa che probabilmente ha fatto il suo tempo», ha osservato, sottolineando la necessità di recuperare un’architettura “per gli altri”, consapevole della propria posizione all’interno della società e nuovamente aperta a quella multidisciplinarità che già Vitruvio indicava come elemento costitutivo della disciplina. 

 

Il ritorno alle sue radici non viene però proposto come un arretramento rispetto alla contemporaneità. Al contrario, il tema del rinnovamento si lega direttamente a quello dell’innovazione: recuperare l’essenza della disciplina significa reinterpretarla attraverso un contesto sociale, antropologico e tecnologico profondamente diverso rispetto al passato. 

In questo quadro entra anche il rapporto con gli strumenti digitali e con le possibilità offerte dalle tecnologie più avanzate. «Le tecnologie sono indispensabili, sono utili, ma non bisogna abusarne, bisogna usarle con saggezza», ha affermato Mordà. 

 

Il tema riguarda anche la distanza che può crearsi tra ciò che viene elaborato all’interno di uno studio e ciò che dovrà poi essere concretamente costruito. Modellazioni sempre più sofisticate, se non tengono conto delle persone chiamate a realizzare l’opera e delle condizioni effettive nelle quali questa dovrà prendere forma, rischiano infatti di trasformare la tecnologia in una nuova forma di autoreferenzialità. 

 

Per Mordà il progetto non può «nascere e finire nell’ambito di uno studio, nell’ambito di un calcolatore», ma deve mantenere il rapporto con la propria realizzazione e con le persone che, a diverso titolo, saranno coinvolte dall’opera. 

 

Il “sentire” nell’architettura
 

La parte più propriamente filosofica dell’incontro ha riguardato il rapporto tra architettura, percezione e sensi, sintetizzato nel tema “Il sentire nell’architettura attraverso i sensi: attraversa i sensi”. In questa prospettiva il “sentire” non viene utilizzato come semplice sinonimo di emozione, ma rimanda alla fenomenologia e alla capacità dell’essere umano di entrare in relazione affettiva con ciò che un’opera comunica. 

 

«Il sentire è la percezione affettiva. Ma sentire cosa? Sentire quello che l’opera ha da trasmettere», ha spiegato Mordà, richiamando una concezione dell’architettura come realtà capace non soltanto di svolgere una funzione, ma anche di veicolare valori e significati. 

 

Da qui il passaggio al cuore e all’anima, intesi non in senso fisico o come riferimento a una spiritualità generica, ma come espressione di quella dimensione più profonda attraverso la quale l’essere umano percepisce e attribuisce valore a ciò che lo circonda. «L’uomo è dotato di uno spirito, di un’anima e quindi costruttivamente l’architettura deve venire da lì», ha aggiunto Mordà. 

 

Il confronto ha coinvolto anche alcune delle realtà partner presenti all’appuntamento. Tra queste Rostagno, azienda attiva da oltre 75 anni nella progettazione e realizzazione di divani, poltrone e tendaggi, che ha portato una riflessione sul modo in cui anche gli elementi destinati ad arredare gli ambienti possano essere pensati non soltanto come prodotti, ma in relazione alle esigenze, alle emozioni e all’esperienza di chi quegli spazi è chiamato a viverli. 

 

L’incontro di Villa Scheibler ha così messo a confronto competenze e prospettive differenti attorno a una domanda comune: come far convivere le possibilità offerte dalla progettazione contemporanea con una visione dell’architettura che continui a considerare l’uomo, la società e il rapporto con i luoghi come parte essenziale del progetto. 

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