I figli sono diventati un guaio? La verità sulla “non-maternità di massa”

Una “non-maternità di massa” che il miraggio tecnologico del social freezing non può colmare. E poi il crollo delle nascite, non come semplice questione economica, ma frutto di una profonda povertà relazionale. Così l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, Marina Terragni, ha presentato nell’Aula dei gruppi parlamentari della Camera dei deputati la Relazione al Parlamento 2025, lanciando un allarme senza precedenti: l’Italia non fa più figli perché ha trasformato i bambini da “slancio verso il futuro” a mero “problema” quotidiano. Alla presenza del vicepresidente della Camera Giorgio Mulè e della ministra per la Famiglia Eugenia Roccella, il documento traccia un legame indissolubile tra il crollo record delle nascite, l’epidemia di disagio mentale giovanile e l’implosione della vita relazionale. Ma andiamo con ordine.

Dal desiderio al guaio: cosa c’è dietro la “non-maternità di massa”

Per decenni il dibattito demografico si è concentrato esclusivamente su incentivi economici, bonus bebè e carenze del welfare; la Relazione ribalta questa prospettiva mettendo a nudo la profonda “povertà relazionale” della società contemporanea. Come evidenzia la Garante, negli ultimi anni i media e il discorso pubblico hanno iniziato a occuparsi di bambini e ragazzi quasi unicamente in relazione a fatti di cronaca o disagi, associando la parola “bambino” all’idea di un ostacolo complesso da gestire. Questa percezione deformata insinua un interrogativo nelle giovani coppie: se i figli sono vissuti come un problema, perché mai bisognerebbe “mettersi in questo guaio?”.

In questo clima si fa strada quella che il documento definisce una “non-maternità di massa”, intesa come scelta consapevole di sottrazione. Riprendendo il pensiero della saggista Alessandra Bocchetti, la Relazione sottolinea come la denatalità rappresenti anche una forma di protesta e rifiuto delle donne contro un modello sociale che non le accoglie. Allo stesso modo, la tendenza a proporre soluzioni tecnologiche o individuali, come il congelamento degli ovociti, meglio noto come social freezing esteso a donne perfettamente sane, viene letta dalla Garante come il sintomo di una “società malata” che preferisce le scorciatoie di laboratorio alla ricostruzione di vere reti umane di supporto.

L’effetto smartphone sulla fertilità: come la banda larga abbassa le nascite

Uno dei contributi più inediti della Relazione riguarda l’impatto della rivoluzione digitale sulle dinamiche demografiche e di coppia. Citando le ricerche scientifiche degli economisti Hudson e Boedo dell’Università di Cincinnati, il documento dimostra come i territori raggiunti per primi dalla banda larga mobile abbiano registrato anche i primi drastici cali delle nascite. L’iperconnessione ha infatti rimpiazzato la socializzazione in presenza, riducendo gli incontri informali e ostacolando la formazione di coppie stabili.

L’immersione continua negli schermi ha innescato una vera e propria “mutazione antropologica”. Richiamando l’analisi di Shoshana Zuboff sul “capitalismo della sorveglianza” e i dati dello psicologo Jonathan Haidt sulla “generazione ansiosa”, la Relazione denuncia come un’infanzia basata sullo smartphone abbia sottratto ai ragazzi il gioco libero per trascinarli in una spirale di dipendenza dopaminergica, solitudine e ansia.

Il problema, tuttavia, non riguarda solo gli adolescenti ma investe in pieno i neogenitori. Studi condotti dalle università di Pavia e Milano Bicocca dimostrano che l’uso compulsivo dello smartphone da parte delle madri durante l’allattamento o mentre spingono il passeggino interrompe l’“aggancio oculare” con il neonato, provocando nel bambino risposte fisiologiche di stress e alterando i primi processi emotivi. Inoltre, si assiste a un “digital divide al contrario”: se un tempo le classi svantaggiate erano escluse dalla rete, oggi sono proprio i bambini di famiglie socialmente deprivate a subire l’accesso più precoce e sregolato a smartphone e tablet.

Generazioni ansiose e genitori in fuga: l’illusione della neuro-diagnosi

La fragilità dei più giovani interroga direttamente la tenuta della funzione educativa adulta. Intervenendo alla presentazione del documento, il pedagogista Daniele Novara ha denunciato come i genitori tendano sempre più frequentemente ad abdicare al proprio ruolo educativo primario, delegando la gestione delle difficoltà fisiologiche della crescita a strutture sanitarie. Questo meccanismo alimenta un’esplosione di sovradiagnosi neuropsichiatriche, con bambini etichettati precocemente come “neurodiversi” anziché essere accompagnati attraverso un solido contenimento educativo e affettivo.

Anche sul fronte di questioni complesse come la disforia di genere nei minori – che riguarda in schiacciante maggioranza le ragazze adolescenti -, la Relazione invita alla massima prudenza, accogliendo con favore il freno all’uso della triptorelina e richiamando i dati della Cass Review britannica e l’esperienza internazionale.

A fronte di un mondo adulto distratto dagli schermi, sono i ragazzi stessi a chiedere un cambio di rotta. La Consulta nazionale delle ragazze e dei ragazzi dell’Autorità garante ha rivolto una lettera aperta agli adulti chiedendo “più presenza emotiva e fisica, fiducia e responsabilità”, rivendicando ascolto ed esperienze di digital detox per affrancarsi dal “guinzaglio elettronico”.

La svolta: smantellare l’individuo assoluto e lanciare la “CaRevolution”

Come uscire da questa doppia crisi, demografica e relazionale? Per l’Autorità garante la risposta passa per lo smantellamento del mito dell’“individuo assoluto”, l’ideale solipsistico criticato da Ivan Illich e alimentato dal mercato, restituendo centralità alla naturale interdipendenza umana. L’Italia, definita provocatoriamente “il Terzo Mondo delle relazioni” per via dell’isolamento delle famiglie, deve ritrovare la dimensione del “villaggio” comunitario.

La proposta cardine lanciata da Marina Terragni è la “CaRevolution”: una svolta culturale ed economica capace di rimettere il valore della cura al centro della società. Ogni giorno nel mondo vengono erogate oltre 16 miliardi di ore di lavoro di cura gratuito e invisibile, svolto in prevalenza da donne e sistematicamente svalutato. Riconoscere il “paradosso della cura” e strutturare politiche pubbliche attorno alle relazioni è l’unica strada per ridare sostanza alla scelta genitoriale.

Nel concreto, questo cambio di paradigma richiede interventi immediati sul territorio, come il progetto “Strade in gioco” promosso dall’Autorità garante per restituire ai bambini spazi urbani sicuri dedicati al gioco libero offline, e iniziative di supporto alle famiglie tramite l’affido e i Patti digitali. Solo riconnettendo le persone nella vita reale e sconfiggendo la solitudine sociale sarà possibile trasformare la scelta di fare figli da un temuto ostacolo a una desiderabile promessa di futuro.

 

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content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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