Scontri di Milano: i numeri smentiscono l’etichetta di “generazione violenta”

Le violente proteste andate in scena in questi giorni a Milano hanno riattivato un riflesso consueto del dibattito pubblico: la catalogazione dei più giovani sotto l’etichetta uniforme di una generazione violenta e ingovernabile. Ma è davvero così?

Si para col dire che quando gli episodi di cronaca coinvolgono minorenni e giovani adulti, la tendenza a trasformare la condotta di un gruppo circoscritto in uno specchio dell’intera coorte anagrafica si ripete da decenni. I numeri raccontano una realtà molto più composita, dove la ingiustificabile violenza di un gruppo cancella i (tanti più) giovani scesi in piazza per protestare pacificamente contro il carovita. Il tutto in un Paese molto anziano e con indici di violenza letale e reati giovanili strutturalmente inferiori rispetto ai decenni passati.

I numeri della piazza: la sproporzione tra corteo e violenze

La prima distinzione necessaria riguarda la composizione numerica della mobilitazione milanese. La manifestazione contro il carovita promossa da sigle civiche e studentesche ha visto sfilare nel capoluogo lombardo circa cinquemila persone lungo un percorso complessivamente ordinato.

I disordini e i successivi danneggiamenti alle attività commerciali sono stati innescati da spezzoni composti da alcune centinaia di individui, stimati nell’ordine di circa cinquecento partecipanti, per lo più col volto nascosto e vestiti di scuro.

I provvedimenti adottati nell’immediatezza dalle forze dell’ordine e dalla Questura hanno portato al fermo e all’identificazione di poco più di cinquanta persone, di cui circa la metà minorenni.

Sul piano empirico, la componente responsabile delle devastazioni ha rappresentato una frazione minoritaria dell’intera piazza, mentre la quasi totalità dei manifestanti non ha preso parte agli atti vandalici.

Le serie storiche sulla criminalità minorile in Italia

I fatti di cronaca (ultimo in ordine cronologico l’accoltellamento odierno di un 14enne in una scuola a Castel Volturno) dimostrano un preoccupante aumento della violenza tra i giovanissimi. Abbiamo approfondito l’argomento qui: Perché i giovani uccidono? Dall’amore-possesso alla cultura della rabbia, l’analisi di Barbara Fabbroni

Secondo gli esperti, però, attribuire genericamente queste dinamiche ai giovani è sbagliato per due motivi: perché non corrisponde al vero e perché aumentare la tensione sociale. Sotto il primo punto, le statistiche ufficiali non supportano l’idea di una maggiore criminalità tra i minorenni rispetto ai coetanei degli anni Novanta.

I dati del Dipartimento della Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno e le elaborazioni dell’Istat mostrano che nel 2024 le segnalazioni (denunce e arresti) di minori all’autorità giudiziaria sono state 38.247. Sebbene questo valore segni una risalita rispetto ai minimi registrati durante l’emergenza pandemica del 2020 (quando scesero sotto quota 30.000), esso rimane sensibilmente più basso rispetto agli anni Novanta: nel 1995, le serie storiche Istat registravano oltre 46.000 minori denunciati l’anno.

A livello continentale, i parametri comparativi di Eurostat evidenziano che l’Italia presenta un tasso di 363,4 minorenni denunciati ogni centomila abitanti, un valore che equivale a poco più della metà rispetto alla media europea (fissata a 647,9).

Come documentato dall’VIII Rapporto di Antigone sulla giustizia minorile, pur registrandosi negli ultimi anni una crescita settoriale legata a reati contro il patrimonio e rapine in strada (dove l’incidenza degli under 18 raggiunge circa un quarto del totale), gli ingressi effettivi negli Istituti Penali per Minorenni (IPM) rimangono stabili, coinvolgendo complessivamente poche centinaia di individui su scala nazionale.

Il confronto con le generazioni passate: gli anni Settanta e il G8

La memoria storica offre un termine di paragone altrettanto netto.

Durante gli anni Settanta, la contestazione giovanile e studentesca sfociava con frequenza quasi quotidiana in guerriglia urbana armata: l’uso sistematico di bottiglie molotov, spranghe, armi da fuoco corte (le pistole P38 divenute tragico simbolo dell’epoca), la militarizzazione dei quartieri e la contiguità con il terrorismo politico rosso e nero producevano centinaia di feriti e decine di morti all’anno tra manifestanti e forze dell’ordine.

In occasione del vertice G8 di Genova del luglio 2001, circa 500 Black Bloc infangarono la protesta pacifica degli oltre 200.000 No Global devastando banche, incendiando autovetture, e mettendo sotto sopra la città. I manifestanti (anche quelli non violenti) furono oggetto di violente cariche delle forze dell’ordine, sfociate in abusi psicologici e fisici nella caserma di Bolzaneto e nella unilaterale aggressione dei giovani manifestanti che dormivano nella scuola Diaz. La dura repressione delle forze dell’ordine provocò la morte delventitreenne Carlo Giuliani.

Dalla coscienza di classe all’emulazione dei social

In quegli anni, la violenza politica e di piazza era strutturata, ideologicamente codificata e alimentata da blocchi sociali estesi a decine di migliaia di militanti.

Anche allora, un gruppo ristretto di violenti finì per rovinare la causa promossa dai giovani, molti dei quali resteranno segnati a vita dalle violenze (fisiche e psicologiche) subite.

Una differenza emerge chiaramente negli scontri di questi giorni, in quella che Bauman definirebbe società liquida (oggi più di ieri): la coscienza di classe si è affievolita e ha lasciato spazio a una conflittualità pulviscolare, priva di teorizzazioni dottrinarie, che esplode per emulazione rapida attraverso i social si consuma nello spazio di poche ore.

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Giovani

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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