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Assegno unico esteso ai lavoratori Ue senza residenza in Italia: cosa cambia con l’emendamento

Uno degli ostacoli più criticati dell’assegno unico — il requisito della residenza in Italia — sta per cadere. Il governo ha depositato in Commissione Bilancio della Camera un emendamento al decreto Pnrr che estende il beneficio ai lavoratori non residenti nel Paese e ai loro figli a carico che vivono in un altro Stato membro dell’Ue.

Una modifica attesa da tempo, che arriva dopo anni di rilievi da parte della Commissione europea sulla compatibilità della norma italiana con il principio di libera circolazione dei lavoratori, pilastro del diritto comunitario.

La modifica al requisito di residenza 

Fino ad oggi, per ricevere l’assegno unico era obbligatorio risiedere in Italia da almeno due anni — o avere il domicilio stabile nel Paese — e i figli dovevano essere presenti sul territorio nazionale. Una condizione che escludeva di fatto i cosiddetti lavoratori “mobili”: cittadini europei che lavorano e pagano le tasse in Italia ma che abitano con la famiglia in un altro Stato membro, spesso per motivi economici o di vicinanza geografica. La Commissione europea aveva individuato una potenziale discriminazione in questa formulazione, aprendo la strada a un possibile contenzioso formale con Roma.

L’emendamento proposto dall’esecutivo elimina entrambi i requisiti e sposta il criterio di accesso dall’anagrafe al contributo lavorativo: l’importo verrà calibrato in base al periodo effettivo di residenza, domicilio o attività lavorativa in Italia, e la richiesta dovrà essere commisurata alla durata del lavoro effettivamente svolto nel Paese. Non si tratta di un riconoscimento automatico e definitivo: il beneficio andrà rinnovato ogni anno a partire dal primo marzo.

Quanti nuovi beneficiari

Secondo la relazione tecnica allegata, l’estensione riguarderà circa 50mila nuovi figli beneficiari, con un impatto sui conti pubblici stimato in 20 milioni di euro nel 2026 e destinato a crescere progressivamente fino a 36 milioni annui a partire dal 2035. Il voto sugli emendamenti al decreto Pnrr riprenderà dopo la pausa pasquale, quando la Commissione Bilancio tornerà a esaminare il provvedimento.

Quanto vale l’assegno unico nel 2026 

Per capire la portata concreta della misura, vale la pena ricordare a quanto ammonta l’assegno unico nel 2026. Da gennaio gli importi sono stati rivalutati dell’1,4% sulla base dell’indice Istat del costo della vita, secondo la circolare Inps n. 7 del 30 gennaio 2026.

L’importo mensile per ogni figlio minorenne varia in base all’Isee del nucleo familiare:

  • 203,80 euro al mese per Isee fino a 17.468,51 euro (fascia più bassa)
  • 58,30 euro al mese per chi non presenta l’Isee o supera la soglia massima di 46.582,71 euro
  • Tra questi due estremi, l’importo scende progressivamente all’aumentare del reddito

Restano attive le maggiorazioni introdotte negli anni precedenti: 150 euro in più al mese per le famiglie con almeno quattro figli; un aumento del 50% dell’importo per i nuclei con tre o più figli e per i bambini tra 1 e 3 anni (con Isee fino a 46.582,71 euro); e lo stesso incremento del 50% per i figli con meno di un anno.

Per i figli tra i 18 e i 21 anni l’assegno è ridotto e subordinato a condizioni specifiche — studio, tirocinio o ricerca di lavoro — mentre per i figli con disabilità non ci sono limiti d’età.

La presentazione della domanda

Chi non ha ancora presentato la Dichiarazione Sostitutiva Unica (Dsu) per il 2026 ha tempo fino al 30 giugno: presentandola entro quella data, l’Inps ricalcolerà gli importi dall’inizio dell’anno e liquiderà gli eventuali arretrati.

I nuovi lavoratori con cittadinanza in un Paese Ue che entreranno nella platea a seguito della riforma, riceveranno un importo proporzionale al periodo di attività lavorativa in Italia: una quota d’accesso più bassa rispetto a chi risiede stabilmente nel Paese, ma comunque un riconoscimento concreto del contributo fiscale versato.

Welfare

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

© Riproduzione riservata

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