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Declino demografico nell’Ue, 53 milioni in meno entro il 2100: cosa prevede Eurostat

La popolazione dell’Unione europea dovrebbe diminuire dell’11,7% tra il 2025 e il 2100. Secondo le ultime proiezioni Eurostat, questo calo si traduce in una perdita netta di circa 53 milioni di persone, portando il totale degli abitanti dai 451,8 milioni registrati all’inizio del 2025 a soli 398,8 milioni nel 2100.

L’Eurostat chiarisce che la riduzione della popolazione avverrà dopo un picco di 453,3 milioni di persone nel 2029, in linea con la ripresa dopo la pandemia di Covid-19, ma che il declino successivo appare inevitabile e destinato ad accelerare drasticamente nella seconda metà del secolo. Questa tendenza non è solo un numero statistico, ma il riflesso di uno sbilanciamento profondo tra le dinamiche biologiche e i flussi migratori che ridefiniranno l’identità sociale ed economica del territorio europeo.

Natalità e mortalità nell’Ue: i fattori del calo demografico

La ragione principale di questo svuotamento risiede in un saldo naturale profondamente negativo, ovvero il divario tra chi nasce e chi muore. Si stima che tra il 2025 e il 2100 l’Unione europea registrerà 253 milioni di nascite a fronte di ben 409,8 milioni di decessi, con una conseguente riduzione naturale della popolazione di quasi 157 milioni di persone. Il momento di massima criticità è previsto per il decennio tra il 2055 e il 2064, quando lo scarto annuale tra morti e nati potrebbe superare i 2,5 milioni di individui. In questo contesto di denatalità cronica, con un tasso di fertilità fermo a 1,34 nati per donna nel 2024, l’unica forza capace di mitigare parzialmente il declino è la migrazione netta.

Le proiezioni suggeriscono che i flussi migratori contribuiranno positivamente con 103,7 milioni di persone entro il 2100, ma tale apporto, pur essendo l’unico fattore di crescita per alcuni Stati, non sarà sufficiente a compensare integralmente la perdita di popolazione naturale dell’intera Unione.

L’ascesa degli over 80 e la longevità

Oltre alla riduzione numerica, l’Europa sta vivendo un processo di invecchiamento progressivo che trasformerà la sua struttura sociale in una piramide rovesciata. L’età media nell’Ue è destinata a salire di 6,6 anni, raggiungendo i 51,5 anni nel 2100. Il dato più dirompente riguarda i cosiddetti “grandi anziani”: la quota di persone con 80 o più anni è prevista passare dal 6% del 2025 a un impressionante 16% nel 2100, con un incremento di 10 punti percentuali. Complessivamente, la fascia degli over 65 passerà da 67,9 milioni a 133,8 milioni di persone, diventando l’unico gruppo demografico in crescita sia in termini assoluti che relativi. Questo fenomeno, definito “invecchiamento in cima alla piramide”, è il risultato diretto di una speranza di vita sempre più alta, che nel 2024 ha già raggiunto mediamente gli 81,5 anni, segnando un traguardo straordinario per la salute pubblica ma ponendo sfide per la gestione della cronicità e dell’assistenza.

Mercato del lavoro e welfare

Le ripercussioni economiche di questa trasformazione sono evidenti analizzando il drastico restringimento della popolazione in età lavorativa (20-64 anni), che scenderà dal 61% al 49,7% entro il 2100, con una perdita netta di 63,6 milioni di potenziali lavoratori. Questo squilibrio farà impennare i tassi di dipendenza degli anziani: se nel 2025 il rapporto era di circa un anziano per ogni tre lavoratori, alla fine del secolo ci saranno due anziani per ogni tre persone in età lavorativa. Una base produttiva così ridotta dovrà sostenere un carico sempre più pesante per finanziare pensioni, sanità e cure a lungo termine, mettendo a dura prova la sostenibilità dei modelli di welfare europei. L’immigrazione, ancora una volta, può aiutare a ringiovanire la forza lavoro in alcuni Stati, spiega l’Eurostat, ma in altri potrebbe accelerare l’invecchiamento se a partire fossero proprio i giovani in cerca di opportunità migliori, creando un circolo vizioso difficile da spezzare.

 Classifica popolazione Paesi Ue: le differenze tra Germania, Spagna e Italia

Il declino non sarà uniforme e disegnerà un’Europa a più velocità. La Germania resterà il Paese più popoloso nonostante una flessione che la porterà da 83,6 a 74,7 milioni di abitanti, seguita dalla Francia che scenderà a 67,2 milioni. Al contrario, nazioni come la Spagna mostrano una controtendenza, con una crescita prevista da 49,1 a 49,8 milioni. I declini più drammatici, superiori al 30%, colpiranno invece la Polonia, la Lituania e la Lettonia.

L’Italia si posiziona in uno scenario critico per quanto riguarda l’invecchiamento: entro il 2100 sarà tra i sette Paesi con l’età media più alta, superando i 53 anni, insieme a nazioni come Portogallo, Spagna e Polonia.

Questo mosaico di dati sottolinea come le risposte politiche dovranno essere necessariamente differenziate, tenendo conto che questi scenari si basano su stime e non sono certezze assolute, ma segnali d’allarme su una rotta demografica che richiede interventi strutturali immediati.

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content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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