Fertilità, quanto ne sappiamo davvero? 10 convinzioni da mettere alla prova

C’è chi controlla l’ovulazione sullo smartphone, chi misura l’AMH convinto di aver ottenuto una specie di “punteggio della fertilità”, chi pensa che avere rapporti troppo frequenti possa impoverire lo sperma e chi, dopo il rapporto, resta sdraiata nella speranza di dare agli spermatozoi una mano in più.

La fertilità è uno di quei campi in cui informazioni scientifiche, consigli tramandati, marketing e percezioni personali tendono a mescolarsi facilmente. E non sempre le convinzioni più diffuse coincidono con quello che sappiamo davvero.

Nella Giornata nazionale dedicata alla fertilità, invece di tornare ancora una volta soltanto sui numeri della denatalità italiana, vale allora la pena partire da alcune idee che continuiamo a portarci dietro. Alcune sono falsi miti veri e propri, altre contengono un pezzo di verità trasformato però in una regola molto più netta di quanto la scienza consenta.

1. L’AMH non dice “quanto sei fertile”

È uno degli equivoci cresciuti di più negli ultimi anni. L’ormone antimülleriano, o AMH, viene prodotto dai piccoli follicoli ovarici ed è utilizzato soprattutto come indicatore della riserva ovarica, cioè della quantità di follicoli ancora presenti.

Questo non significa però che un singolo valore possa dire a una donna quante probabilità abbia di rimanere incinta naturalmente.

L’American Society for Reproductive Medicine spiega che AMH e conta dei follicoli antrali sono buoni strumenti per prevedere la risposta ovarica a una stimolazione e il numero di ovociti che potrebbero essere recuperati in un percorso di procreazione medicalmente assistita. Sono molto meno efficaci nel prevedere, da soli, la capacità di concepire spontaneamente.

In altre parole, riserva ovarica e fertilità non sono sinonimi. Il dato va quindi interpretato per quello che misura: la riserva ovarica, non la fertilità nel suo complesso.

2. Avere già avuto un figlio non mette al riparo dall’infertilità

Una gravidanza precedente non garantisce che sarà possibile ottenerne un’altra. L’Organizzazione mondiale della sanità distingue tra infertilità primaria e infertilità secondaria, cioè la difficoltà a ottenere una gravidanza dopo averne già avuta almeno una. È un fenomeno spesso meno riconoscibile proprio perché il primo concepimento porta a pensare che la fertilità della coppia sia ormai dimostrata una volta per tutte.

Nel tempo possono intervenire età, endometriosi, problemi tubarici, infezioni, alterazioni ormonali o fattori maschili. L’Oms stima che circa una persona su sei in età riproduttiva nel mondo sperimenti infertilità nel corso della vita.

3. “Risparmiare” gli spermatozoi non aiuta

L’idea secondo cui avere rapporti troppo frequenti possa ridurre le possibilità di concepimento è particolarmente resistente. Le evidenze disponibili raccontano il contrario. Secondo l’American Society for Reproductive Medicine, l’efficienza riproduttiva è massima con rapporti ogni uno o due giorni durante la finestra fertile e avere rapporti ancora più frequenti non risulta associato a una riduzione della fertilità.

In un’analisi di quasi 10mila campioni seminali richiamata dalle linee guida, negli uomini con parametri normali concentrazione e motilità degli spermatozoi rimanevano nella norma anche con eiaculazioni quotidiane. Intervalli di astinenza molto lunghi, al contrario, possono peggiorare alcuni parametri seminali.

Questo non significa trasformare i rapporti sessuali in una tabella di marcia: la stessa società scientifica avverte che una programmazione eccessivamente rigida può aumentare lo stress. Ma evitare i rapporti per “conservare” spermatozoi migliori non offre il vantaggio che spesso gli viene attribuito.

4. L’app non sa esattamente quando ovulerai

Calendari digitali, notifiche e finestre colorate hanno reso l’ovulazione apparentemente molto prevedibile. Ma un’app che lavora sulla durata dei cicli precedenti esegue essenzialmente una stima statistica. Non vede ciò che sta accadendo nelle ovaie.

Anche nelle donne che riferiscono cicli regolari, la finestra fertile può cambiare da un mese all’altro. L’American Society for Reproductive Medicine la definisce come i sei giorni che terminano con quello dell’ovulazione e osserva che le applicazioni basate sul calendario hanno capacità limitate nel prevedere con precisione il giorno dell’ovulazione di una singola donna.

Test dell’LH, osservazione del muco cervicale e altri metodi possono affinare la stima. Nessuno, però, trasforma il processo biologico in un appuntamento perfettamente programmabile. Il pallino verde sullo smartphone è una previsione, non un certificato di ovulazione.

5. La pillola non rende infertili

È uno dei timori più persistenti sulla contraccezione ormonale: aver assunto la pillola anticoncezionale per anni potrebbe compromettere la possibilità di avere figli.

L’Oms è molto chiara. Dopo la sospensione della pillola combinata o di quella a solo progestinico, la fertilità ritorna rapidamente e i contraccettivi orali non causano infertilità.

C’è però un dettaglio capace di generare confusione: durante l’utilizzo della contraccezione ormonale alcuni indicatori della riserva ovarica, compreso l’AMH, possono risultare modificati e vanno quindi interpretati nel contesto appropriato.

6. “Infertilità inspiegata” non significa che il problema non esista

A volte l’ovulazione c’è, le tube risultano pervie, lo spermiogramma non presenta alterazioni sufficienti a spiegare il problema, eppure la gravidanza non arriva. Si parla allora di infertilità inspiegata o idiopatica.

Non significa “è tutto psicologico” e neppure che non esista alcuna difficoltà biologica. Significa che, con gli strumenti diagnostici disponibili, non è stata individuata una causa precisa. L’Oms contempla esplicitamente l’infertilità “unexplained” accanto alle cause maschili e femminili.

Fecondazione, qualità di ovociti e spermatozoi, sviluppo embrionale, trasporto nelle tube e impianto dipendono da processi biologici complessi, non tutti traducibili in un valore fuori norma su un referto.

Avere esami apparentemente normali, quindi, non significa automaticamente avere probabilità normali di concepimento.

7. La Pma non cancella l’effetto dell’età

I progressi della medicina riproduttiva possono produrre un’altra impressione fuorviante: che la procreazione medicalmente assistita permetta di recuperare quasi completamente ciò che viene perso con l’età. La Pma ha ampliato enormemente le possibilità riproduttive, ma non rende irrilevante l’età degli ovociti.

Gli ultimi dati italiani mostrano quanto la procreazione medicalmente assistita sia diventata importante: nel 2023 sono state trattate 89.870 coppie, attraverso 112.804 cicli, e sono nati 17.235 bambini. L’età media delle donne sottoposte a fecondazione in vitro con gameti della coppia ha però raggiunto 36,7 anni, mentre il ricorso agli ovociti donati è spesso legato proprio all’età materna avanzata. La tecnologia può trattare molte cause di infertilità e offrire possibilità che qualche decennio fa non esistevano. Non può però annullare completamente il tempo biologico.

8. Dopo il rapporto non serve tenere le gambe sollevate

È probabilmente la convinzione più cinematografica della lista. Restare sdraiate, sollevare il bacino o tenere le gambe in alto per impedire allo sperma di “uscire” non aumenta le probabilità di concepimento.

L’ASRM definisce prive di fondamento scientifico queste routine post-coitali. Gli spermatozoi possono essere rilevati nelle tube entro 15 minuti dal rapporto e alcuni esperimenti sul trasporto nel tratto riproduttivo hanno osservato tempi ancora più rapidi. La fuoriuscita di una parte del liquido seminale è normale e non significa che tutti gli spermatozoi abbiano fatto marcia indietro.

Insomma, per cercare una gravidanza non serve aggiungere acrobazie dopo il sesso.

9. Il peso conta, ma non stabilisce da solo se una persona è fertile

Il rapporto tra peso e fertilità esiste, ma viene spesso trasformato in un’equazione troppo semplice. L’obesità può incidere sull’ovulazione, sulla risposta ai trattamenti e su alcuni parametri riproduttivi, ma non determina da sola se una persona sia fertile o infertile.

L’obesità nelle donne è associata più frequentemente ad alterazioni dell’ovulazione, minore risposta alla stimolazione ovarica e, in alcuni contesti, risultati peggiori dei trattamenti per l’infertilità. Negli uomini può essere associata ad alterazioni endocrine e della funzione riproduttiva.

Ma c’è un passaggio importante: la maggioranza delle donne e degli uomini con obesità è fertile. La stessa ASRM sottolinea che l’obesità aumenta il rischio di infertilità, ma non può essere utilizzata come spartiacque automatico tra fertile e infertile.

Anche l’effetto della perdita di peso è più complesso di quanto sembri. Può migliorare l’ovulazione e le possibilità di concepimento spontaneo nelle donne con obesità e anovulazione, mentre nelle donne che già ovulano gli studi non hanno dimostrato in modo uniforme un aumento delle nascite vive dopo trattamenti per la perdita di peso.

10. Non conta soltanto l’età della donna

Quando si parla di orologio biologico, quasi sempre si guarda a quello femminile. La ragione biologica esiste: il rapporto tra età e fertilità è molto più marcato nella donna. Ma da qui a concludere che l’età dell’uomo sia irrilevante c’è un salto che la ricerca non sostiene.

Con l’aumentare dell’età paterna possono modificarsi alcuni parametri seminali e aumentare frammentazione del Dna spermatico e mutazioni germinali de novo. Non esiste però un punto di rottura netto paragonabile al declino della funzione ovarica e non esiste neppure una definizione universalmente condivisa di “età paterna avanzata”. La questione sta acquistando rilevanza anche nella Pma. Uno studio condotto su 1.712 cicli di ovodonazione in centri italiani e spagnoli ha permesso di osservare l’effetto dell’età paterna utilizzando ovociti provenienti da giovani donatrici, quindi riducendo l’influenza dell’età materna.

L’età femminile continua ad avere un peso biologico maggiore e molto più prevedibile. Ma pensare che il tempo riproduttivo riguardi soltanto metà della coppia è un’altra delle semplificazioni che resistono.

Fertilità

manuela.cirinna@adnkronos.com (Manuela Cirinnà)

© Riproduzione riservata

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