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Milano-Cortina, pattinatrice invia mail per i compiti: “Non ho potuto consegnare”

Chi non ha inventato scuse assurde dopo non aver fatto i compiti a casa? Ecco, non è il caso di Madeline Schizas, che ritarderà la consegna di un progetto perché stava pattinando alle Olimpiadi di Milano-Cortina.  La ventiduenne studentessa-atleta canadese ha scritto una mail al suo professore di sociologia alla McMaster University di Ontario come giustifica. Schizas ha provato la convocazione nella nazionale di pattinaggio artistico con un articolo del Comitato olimpico, rilanciato sui suoi canali social.

Se non altro, il compito sportivo lo ha svolto alla grande: non solo ha gareggiato nel programma corto di pattinaggio singolo femminile, ma ha portato il Canada in finale grazie alla sesta posizione guadagnata in pista.

La doppia carriera: quando l’università riconosce lo sport d’élite 

Il caso di Schizas rimanda a un modello educativo che sta prendendo piede nelle università del Nord America e, più lentamente, in Europa: la doppia carriera per studenti-atleti. Non si tratta di un privilegio, ma del riconoscimento che competere ai massimi livelli sportivi richiede lo stesso impegno cognitivo, emotivo e organizzativo di un lavoro a tempo pieno.

Il sottotesto è che la formazione passa soprattutto ma non soltanto dai banchi di scuola. Rappresentare il proprio Paese alle Olimpiadi non è una scusa per saltare le lezioni, ma un’esperienza formativa che mette alla prova gestione dello stress, disciplina, resilienza e capacità di pianificazione: competenze che l’università e il mondo della formazione più in generale dovrebbe valorizzare, non ostacolare.

In Canada, diverse università hanno programmi strutturati per accompagnare gli atleti olimpici e paralimpici durante gli anni accademici, con tutor dedicati, orari flessibili e la possibilità di seguire corsi online durante trasferte e ritiri. In questo contesto, Schizas non è un’eccezione, ma l’emblema di una generazione che rifiuta l’aut aut tra formazione teorica e formazione sportiva.

Il valore educativo dello sport

La vicenda della giovane pattinatrice polacca va oltre le Olimpiadi: lo sport assume un importante ruolo educativo, a prescindere dal livello in cui viene svolto. Diversi studi dimostrano che, se svolta fin da piccoli, l’attività sportiva permette uno sviluppo più completo sotto il profilo fisico, psicologico e persino emotivo.

A seconda del livello raggiunto, infatti, uno sportivo impara a gestire il fallimento, sa lavorare in squadra sotto pressione, accetta di alzarsi alle cinque del mattino per duemila giorni consecutivi senza garanzie di successo. Sa che il talento senza metodo non porta da nessuna parte, e che la fatica non è un ostacolo ma una condizione necessaria per crescere. Tutti valori fondamentali sui banchi di scuola, così come nella vita quotidiana.

Schizas ha scritto al suo professore non per cercare un favore, ma per chiedere di essere riconosciuta come studentessa a pieno titolo anche mentre rappresentava il suo Paese davanti al mondo. La sua mail evidenzia come le università debbano evolversi per accogliere percorsi di vita non lineari, dove formazione accademica e sportiva convivono e si rafforzano a vicenda.

Dove lo sport vale come formazione: i modelli internazionali 

Nonostante i comprovati benefici, solo gli Stati Uniti hanno integrato lo sport nell’attività scolastica in maniera omogenea ed efficiente. Attraverso la Ncaa (National Collegiate Athletic Association), le università americane mettono a disposizione ogni anno oltre un miliardo di dollari in borse di studio sportive che coprono retta, vitto, alloggio e materiale didattico. Negli Usa, lo sport non è un’attività extracurricolare tollerata, ma parte integrante del curriculum universitario, con allenatori che sono dipendenti dell’ateneo e atleti che rappresentano ufficialmente l’università nelle competizioni nazionali.

A livello europeo, qualcosa si muove ma ancora superficialmente. Il progetto Erasmus+ “Find me” coinvolge sei università di Italia, Romania, Serbia, Slovenia e Spagna per creare una piattaforma condivisa di supporto alla doppia carriera, standardizzando le pratiche di riconoscimento dello sport d’élite come esperienza formativa. L’obiettivo dichiarato è garantire agli atleti il diritto all’istruzione e prospettive professionali solide dopo la fine della carriera sportiva, senza costringerli a scegliere tra sport e laurea.​

In Italia, il Programma Dual Career per studenti-atleti universitari è stato regolamentato dal decreto legislativo 36/2021, in linea con le linee guida europee approvate a Poznań nel 2012.

L’Università di Padova riconosce la doppia carriera agli atleti che praticano discipline sportive riconosciute dal Coni (Comitato olimpico nazionale italiano) o dal Cip (Comitato italiano paralimpico), rappresentate alle Olimpiadi o Paraolimpiadi, e che abbiano conseguito risultati di particolare rilievo agonistico (convocazioni in nazionale, podi in campionati nazionali, europei o mondiali).

Nell’edizione 2025/2026 sono stati ammessi 132 studenti-atleti.

L’Università di Milano prevede requisiti simili: tessera di federazione nazionale, partecipazione a programmi di preparazione olimpica o paralimpica, convocazione in nazionale o militanza nei campionati professionistici di massima serie.

Le agevolazioni includono la possibilità di concordare date d’esame alternative nella stessa sessione in caso di conflitti con impegni sportivi, assegnazione di un tutor accademico dedicato, supporto psicologico e motivazionale, autorizzazione a non conteggiare assenze da lezioni obbligatorie se dovute a competizioni, e il riconoscimento ufficiale dello status di studente-atleta nel Diploma Supplement.

L’Università di Padova permette anche la sospensione degli studi per preparazione a eventi internazionali, mentre Milano offre peer tutoring (uno studente-tutor ogni tre atleti, fino a 50 ore l’anno) e accesso gratuito alle strutture sportive del Cus.

Tutti questi casi evidenziano come siano stati fatti passi avanti, ma solo per chi ha trasformato lo sport in una professione. Ancora lontana, invece, è un’integrazione a monte che non veda l’attività sportiva come ostacolo allo studio, ma come alleato della crescita e della formazione dei cittadini.

Giovani

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

© Riproduzione riservata

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