In un’Italia con un tasso di natalità ai minimi storici, la medicina della riproduzione fatica a rispondere alle necessità dei cittadini. Solo il 42% delle coppie che necessiterebbero di cure accede effettivamente a percorsi di procreazione medicalmente assistita (Pma). È questo il dato allarmante che emerge dall’indagine “Natalità, infertilità e accesso alla Pma in Italia: dati, barriere e soluzioni”, condotta da Demetra (gruppo Ivirma Italia) su un campione di 480 donne e 35 centri specializzati.
Dall’indagine è emerso che sono 150mila le coppie che ogni anno potrebbero aver bisogno della Pma, ma nel 2023 poco più di due su cinque sono riuscite ad intraprendere questo cammino. Le barriere sono molteplici: dai tempi di attesa estenuanti ai costi elevati, fino al ricorso a queste cure quando l’età materna avanza, spesso superando i 35 anni.
Il Servizio sanitario nazionale rappresenta la prima scelta per oltre due donne su tre, ma l’inefficienza del sistema pubblico è evidente: il 43% delle pazienti deve attendere oltre tre mesi anche solo per la prima visita. Di conseguenza, ben nove donne su 10 finiscono per rivolgersi a centri privati, nonostante l’impatto economico rappresenti un forte deterrente.
L’orologio biologico e il “fattore tempo”
L’età media delle aspiranti madri è un fattore critico. Secondo Laura Rienzi, direttrice scientifica del Gruppo Ivirma Italia, il 78% di chi valuta il percorso ha più di 35 anni, mentre il 40% ha già superato i 40. Questo ritardo nell’attivazione si scontra con una realtà clinica complessa: la consapevolezza del timing biologico spesso arriva troppo tardi, portando a frequenti rinunce già dopo il primo colloquio.
Attualmente, sei donne su 10 si trovano in una fase puramente “esplorativa”, bloccate dall’indecisione e dal carico emotivo. Le pazienti risultano molto più informate che in passato, ma utilizzino il web come primo contatto e il “fattore tempo” rimane il vero discrimine tra il successo e l’abbandono del sogno di una gravidanza.
L’abbandono e la necessità di supporto psicologico
Un dato particolarmente critico riguarda la tenuta psicologica delle coppie. Tra il 20% e il 50% dei pazienti abbandona il percorso dopo il primo fallimento. Questo fenomeno è alimentato da una carenza di supporto strutturato: il 40% dei centri italiani non monitora l’abbandono in modo sistematico. Eppure, la richiesta di aiuto è altissima: il supporto psicologico è considerato fondamentale dal 35% di chi inizia e fino al 50% di chi ha già affrontato un ciclo.
La Pma come pilastro della natalità italiana?
Il contesto demografico italiano è ai minimi storici. Cinzia Castagnaro, ricercatrice Istat, ha evidenziato che nel 2024 la fecondità ha raggiunto il record negativo di 1,18 figli per donna. In questo scenario, la procreazione assistita gioca un ruolo sempre più centrale, contribuendo al 3,9% della fecondità totale, una quota raddoppiata in dieci anni.
“La rilevanza della Pma cresce significativamente con l’aumentare dell’età materna – ha spiegato Castagnaro -: tra le donne con più di 40 anni, il 17,2% della fecondità totale è attribuibile a tecniche di procreazione medicalmente assistita. Un’incidenza che sale fino al 32,1% se si considerano le donne che diventano madri per la prima volta dopo i 40 anni, segnalando come la Pma rappresenti un canale sempre più cruciale per la transizione alla maternità in età avanzata“.
Per rispondere a queste sfide, il network Demetra punta a un modello più accessibile. Blasco de Felice, ad di Ivirma Italia, sottolinea l’importanza di ridurre le barriere economiche e i tempi di attesa, offrendo un approccio multidisciplinare e standard d’eccellenza uniformi da Nord a Sud. L’obiettivo è eliminare i cosiddetti “viaggi della speranza”, rendendo l’alta specializzazione vicina ai bisogni reali delle coppie italiane.
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