Lovaglio verso la resa dei conti nell’assemblea di Mps, ma il vero risiko si giocherà su Generali

(Adnkronos) – Quando qualcuno indica la luna, non bisogna guardare il dito. E la luna del risiko è sempre la stessa: Generali, il fortino del risparmio degli italiani, soprattutto ora che l’operazione di Intesa Sp su Mps sembra volgere verso una conclusione favorevole all’istituto guidato da Carlo Messina. Ultima notizia, ieri: i due proxy advisor Glass Lewis e Iss raccomandano agli azionisti di votare contro il piano difensivo di Lovaglio. Mentre i tre grandi soci – Caltagirone, Delfin e Benetton – si presenteranno in assemblea a carte scoperte, contrari alla doppia Ops su Banca Generali e Banco Bpm. Chi scommetteva sul colpo di teatro in cda è rimasto deluso: nessun cavaliere bianco, nessun gioco di prestigio sulle quote in Generali, ma soprattutto nessun rinvio dell’assemblea del 29 ottobre. 

In ambito finanziario, tra i rumors che Adnkronos ha potuto raccogliere, c’è quello che vede in Lovaglio il solito protagonista di imprese epiche, quello che solo sei mesi fa riesce a rimanere al timone del Monte dei Paschi, nonostante l’esclusione dalla lista del cda. E allora, anche stavolta, contro ogni pronostico, il banchiere lucano va in assemblea a giocarsela: solo contro tutti, con i proxy a sfavore, forte soprattutto del sostegno dei fondi. Soltanto che oggi, a differenza di ieri, il grande artefice della conferma di Lovaglio alla guida del Monte – vale a dire Delfin – si è già schierato con Intesa Sanpaolo. Mentre Banco Bpm guarda già a una fusione amichevole con Crédit Agricole. 

Più prosaicamente, sempre dalle parti di Piazza Affari, c’è chi ricorda quando, alla guida del Credito Valtellinese, Lovaglio resiste così ostinatamente alla scalata del Crédit Agricole da costringere i francesi a rilanciare sul prezzo dell’offerta. In ogni caso, vada come vada, la partita di Mps sembra ormai giocarsi su un terreno ben definito. Se non fosse che, leggendo Nietzsche, ci si rende conto del significato dell’eterno ritorno: in questo caso Generali, alfa e omega del risiko bancario in corso. 

Il tema è la coabitazione tra Intesa Sanpaolo e Unicredit nel Leone di Trieste. Che cosa succederebbe se, domani, Orcel decidesse di portare la partecipazione di Unicredit in Generali dall’attuale quota a ridosso del 9% fino al 19,9%, magari rilevando il 10,15% detenuto dal gruppo Del Vecchio-Delfin? Nessuno, a Piazza Affari, sembra disposto a escludere del tutto uno scenario del genere. Un’operazione che cambierebbe gli equilibri nel capitale della compagnia assicurativa e ridisegnerebbe i rapporti di forza tra i principali protagonisti della finanza italiana. 

Scenario suggestivo, certo, ma che potrebbe avere anche un’altra lettura. Nei mesi scorsi è emerso, secondo quanto ricostruito dal Sole 24 Ore, che la banca guidata da Andrea Orcel avrebbe sondato la disponibilità della holding della famiglia Del Vecchio a conferire il proprio 10% circa del Leone di Trieste in cambio di azioni Unicredit. Ai valori di mercato di quel momento, l’operazione avrebbe consentito a Delfin di rafforzarsi fino a circa l’8% della banca e a Unicredit di salire dal 9,2% a circa il 19,2% di Generali. La proposta sarebbe però stata respinta e i contatti sarebbero rimasti a livello preliminare. 

Ed è proprio questo episodio a contribuire a rendere sempre più concreta quella che, in gergo giornalistico come già suggerito in un articolo dell’AdnKronos, si potrebbe definire una sorta di ‘patto della cacio e pepe’: nessuno al comando di Generali e, proprio per questo, tutti presenti. Un equilibrio nel quale i principali azionisti si rafforzano senza arrivare a una posizione di controllo, blindando il Leone attraverso una rete di partecipazioni rilevanti e reciproci contrappesi. Non una guerra aperta per conquistare la compagnia, dunque, ma una partita nella quale ciascuno cerca di consolidare la propria posizione senza consegnare agli altri le chiavi del fortino. 

 

Per capire come si sia arrivati a questo punto, bisogna mettere in fila le date. La prima da cerchiare in rosso è gennaio 2026. Secondo quanto risulta ad Adnkronos, è in quel periodo che prendono avvio i contatti tra Intesa Sanpaolo e Unipol per costruire la grande operazione che avrebbe poi portato alla partita su Mps. Una manovra sviluppata a lungo sotto traccia e destinata a diventare uno dei passaggi chiave del risiko bancario italiano. La seconda data è il 23 aprile 2026. È qui che arriva la prima vera accelerazione sul fronte del Leone. Unicredit comunica infatti di essere salita all’8,72% di Generali, dal precedente 6,68%. Un movimento che, secondo i rumors raccolti a Piazza Affari, non passa inosservato dalle parti di Ca’ de Sass e contribuisce a modificare gli equilibri percepiti attorno alla compagnia assicurativa. 

Da quel momento il dossier Generali torna stabilmente al centro delle attenzioni dei grandi gruppi finanziari. L’accelerazione successiva coincide con le settimane seguite all’annuncio dell’operazione su Mps. È in questo contesto che maturano i contatti tra Unicredit e Delfin, secondo quanto ricostruito dal Sole 24 Ore. Il tentativo di Orcel di avvicinarsi alla soglia del 20% di Generali viene letto da diversi osservatori come il segnale più evidente della volontà di consolidare una presenza forte nel capitale del gruppo assicurativo. 

Ma il punto, a questo giro, non sarebbe necessariamente arrivare alla conquista del Leone. Anzi, l’attenzione al gioco degli equilibri si manifesta anche nelle parole utilizzate dai protagonisti. Intesa Sanpaolo aumenta la propria esposizione in Generali continuando a definire la partecipazione come ‘finanziaria’. La stessa formula adottata da Unicredit. Stessa definizione, stessa rassicurazione ufficiale. Eppure, a Piazza Affari, cresce la convinzione che dietro la qualificazione formale delle quote si stia costruendo un nuovo equilibrio di lungo periodo. 

È qui che prende corpo l’ipotesi della coabitazione tra i grandi soci. Non una guerra per conquistare Generali, ma una struttura nella quale nessuno dispone dei numeri per comandare da solo e nessuno può essere facilmente estromesso. Il ‘patto della cacio e pepe’, appunto: una formula scherzosa per descrivere un’intesa non necessariamente formalizzata, ma fondata sulla convenienza reciproca a mantenere un equilibrio. Perché il Leone non è soltanto una partecipazione finanziaria, né una casella qualsiasi del risiko bancario. È uno dei principali snodi del risparmio italiano, un presidio strategico che incrocia banche, assicurazioni e grandi patrimoni familiari. E nessuno è disposto a farsi da parte. 

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