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Gen Z e la “telefobia”. Ecco perché oggi si preferiscono i messaggi alle chiamate

(Adnkronos) – Scrivono messaggi alla velocità della luce e sono capaci di gestire chat parallele con grande dimestichezza. Super connessi, super presenti in modalità digitale. Ma alzare la cornetta? Un gesto inconcepibile, tramontato. Se lo smartphone si illumina o squilla per segnalare una chiamata in entrata, restano immobili e lasciano andare finché non smette. Nessuna risposta, mai una chiamata in diretta ‘live’. Piuttosto vocali lunghi minuti. La chiamano ‘telefobia’: è l’avversione della Gen Z per le chiamate telefoniche. A squarciare il velo su un fenomeno che in realtà è in corso da diversi anni è stata qualche tempo fa un’indagine rimbalzata con una certa eco sui media internazionali. La survey – promossa nel 2024 da Uswitch, compagnia che opera in diversi settori fra cui le telecomunicazioni – svelava che un quarto (23%) dei giovani tra i 18 e i 34 anni afferma di non rispondere mai alle chiamate.  

Oltre la metà (58%) addirittura interpreta lo squillare del telefono come una chiamata improvvisa che implica cattive notizie. Crescere nell’era dei social media, ha portato la generazione più giovane proprio ad allontanarsi dall’abitudine della chiamata vocale preferendo alla tradizionale telefonata ad esempio i messaggi vocali. Dichiara questo il 37% degli under 35 intervistati. E per rendere l’idea della barriera che divide le generazioni, al contrario solo l’1% dei 35-54enni afferma di preferire i ‘fastidiosi’ vocali. In generale, invece, quasi due terzi (61%) dei 18-34 anni preferiscono ricevere un messaggio – che sia scritto o vocale – piuttosto che una chiamata audio. Questo perché – esaminano gli autori della survey – per la Generazione Z e i millennial più giovani il vocale è una modalità ‘senza pressioni’, offre un contatto personale ma senza l’urgenza di rispondere. Diversi studi hanno indagato su questa evoluzione delle relazioni interpersonali e la spiegazione che emerge non è che le nuove generazioni siano più asociali rispetto ai giovani del passato, rassicurano gli esperti. Un recente lavoro pubblicato su ‘Psychology of Popular Media’ approfondisce l’argomento e lascia trasparire i possibili vantaggi di preferire i messaggi alle chiamate, chiarendo per esempio che le persone più introverse tendono a sfruttare in modo particolare la distanza e l’asincronia della comunicazione digitale per creare connessioni, il che può pure aumentare la fiducia in se stessi.  

Secondo gli esperti che hanno analizzato le radici della telefobia, i giovani esponenti della Gen Z hanno semplicemente sviluppato una modalità comunicativa che si adatta meglio al loro modo di elaborare le informazioni. Insomma, è da archiviare l’immagine anni ’90 dell’adolescente che si chiudeva in camera per ore con l’unico telefono fisso di casa per confidarsi con l’amica o l’amico, e va semplicemente attualizzata l’iconografia. La sensibilità cambia e cambiano le abitudini e i modi di comunicare, anche in relazione all’evoluzione della tecnologia. Basti pensare che, se scrivere un messaggio di addio per lasciare una persona in passato era considerato un oltraggio, sinonimo di freddezza, ora viene interpretato come una forma di rispetto. La comunicazione asincrona è semplicemente quella scelta consapevolmente dai ragazzi, anche per una forma di autoconservazione e per una questione di qualità del contatto con l’altro, analizzano gli esperti. 

Una telefonata – secondo quanto evidenzia la psicologia – impone al cervello l’attivazione di diversi processi in contemporanea, dall’ascolto all’elaborazione dell’informazione che si riceve fino alla pianificazione di una risposta appropriata. Il tutto avviene in tempo reale, senza pause. In un approfondimento della ‘Social Anxiety Alliance Uk si evidenziano i profili che possono essere percepiti come più problematici: una telefonata può arrivare all’improvviso o quando non siamo preparati a riceverla, potrebbe capitare di ricevere una domanda inaspettata o di dover prendere una decisione per la quale non ci si sente pronti, la mancanza di espressioni facciali o linguaggio del corpo può spiazzare e rendere difficile interpretare le intenzioni altrui, è più difficile capire quando è il proprio turno di parlare o come terminare la chiamata, mentre è facile trovarsi alla fine a rimuginare su ciò che si è detto o non detto.  

La Generazione Z, secondo diverse interpretazioni, elimina questa pressione e sceglie una modalità comunicativa più ‘riflessiva’. Ed è talmente restia a parlare al telefono che – come riporta ‘Fortune’ in un focus di qualche tempo fa – anche i datori di lavoro hanno notato una differenza significativa e un college del Regno Unito ha addirittura lanciato un corso per aiutare le nuove generazioni a superare la ‘telefobia’. 

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webinfo@adnkronos.com (Web Info)

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