(Adnkronos) – La premessa è doverosa: ‘The Wow! Signal’, il decimo album in studio dei Muse, è un disco di contrasti. Suona duro ma non rinuncia alla melodia, guarda al metal moderno senza perdere il gusto per la grandiosità. Alterna oscurità e aperture luminose con una naturalezza che da parte della band britannica non si sentiva da tempo. Anche il contributo di Dan Lancaster, produttore e co-autore del disco, gioca un ruolo fondamentale nel dare forma a un lavoro che riesce a tenere insieme tutto e il contrario di tutto senza mai apparire frammentato. L’Adnkronos ha avuto l’opportunità di ascoltare in anteprima il nuovo lavoro del trio e la sensazione è quella di trovarsi davanti a un disco destinato a segnare una svolta. Erano anni che i fan dei Muse aspettavano un album come questo. Dopo lavori che avevano diviso pubblico e critica, Matt Bellamy, Chris Wolstenholme e Dominic Howard ritrovano quella scintilla creativa che sembrava essersi affievolita, confezionando con ‘The Wow! Signal’, in uscita venerdì prossimo, quello che ha tutte le caratteristiche del disco della rinascita artistica.
Il titolo del progetto deriva da un famigerato evento interstellare ancora inspiegabile: un potente impulso radio di 72 secondi rilevato nel 1977 e proveniente dalla costellazione del Sagittario. L’astronomo che scoprì l’anomalia, Jerry R. Ehman, cerchiò la sequenza ormai iconica ‘6EQUJ5’ e scrisse ‘Wow!’ sulla stampa accanto ad essa, dando il nome al segnale e consolidando il suo posto nella tradizione scientifica e nella cultura popolare. L’album si apre in modo epico con ‘Dark Forest’, brano ispirato alla teoria della Foresta Oscura ,una soluzione al paradosso di Fermi, secondo la quale l’universo brulica di vita intelligente ma le civiltà scelgono di rimanere silenziose per paura di essere individuate da specie ostili. La traccia si apre con un campionamento del celebre ‘Wow! Signal’ e si sviluppa come una cavalcata lisergica che richiama -per ambizione e respiro- la monumentale ‘Knights of Cydonia’ di Black Holes and Revelations. Tra note arabeggianti, cori solenni e frasi in latino come ‘Dominus Deus’, ‘Currus Machina’, ‘Navis Lucifer’ e la greca ‘Kyrie Eleison’, la canzone si estende per oltre cinque minuti, diventando una delle più lunghe del disco. Un’opener maestosa che getta le basi di tutto ciò che seguirà, impreziosita dal primo di una serie di breakdown disseminati lungo l’album.
Con ‘Nightshift Superstar’ il trio cambia immediatamente registro. Il basso di Chris Wolstenholme si prende la scena con groove funk, mentre sintetizzatori e ritmiche danzerecce evocano la French touch di Justice e Daft Punk. ‘Shimmering Scars’ rallenta momentaneamente il ritmo serrato dell’album. Introdotta da note di pianoforte, affronta il tema di una relazione finita e mostra il lato più malinconico ed emotivo della band, senza rinunciare alla ricercatezza degli arrangiamenti. Tra i momenti migliori del disco spicca ‘Cryogen’, già pubblicata come singolo. È un brano in pieno stile Muse: una partenza affidata alla chitarra distorta che cresce progressivamente d’intensità fino a esplodere in un finale dominato da chitarre monumentali. Al centro della narrazione, una ‘Ice Queen’ che gioca con i sentimenti del protagonista. ‘Be With You’ sorprende per la sua continua trasformazione. Inizia come una ballad quasi liturgica, introdotta dall’organo, per poi mutare gradualmente in un vortice electro-techno che conferma la volontà della band di non percorrere mai la strada più prevedibile.
Con ‘Hexagons’ i Muse tornano a sfoderare tutta la loro vocazione monumentale. Riff di chitarra possenti, sintetizzatori vorticosi e stratificazioni che si accumulano progressivamente in un crescendo che culmina con l’ingresso della voce di Matt Bellamy, regalando uno dei momenti più cinematografici dell’intero lavoro. Tra le tracce meglio riuscite figura senza dubbio ‘The Sickness in You & I’. Qui emerge con forza l’influenza metal portata da Dan Lancaster: doppia cassa, assoli aggressivi, continui cambi di tempo e intermezzi accattivanti si intrecciano in una composizione complessa ma estremamente coinvolgente. Le sonorità più pesanti proseguono con ‘Unravelling’, territorio decisamente metal fatto di batteria in primo piano, basso imponente e chitarre massicce. Un vero balsamo per i fan della prima ora della formazione. In ‘Hush’ arriva invece la collaborazione con Ellie Goulding. Il dialogo tra la cantante britannica e Bellamy aggiunge una nuova sfumatura a un disco che continua a sorprendere per varietà e sperimentazione. A chiudere il disco è ‘Space Debris’, finale maestoso e malinconico. È un’ode all’amore e ai frammenti che una relazione lascia dietro di sé. Il brano riassume perfettamente l’anima dell’album: grandioso e profondamente umano nonostante l’immaginario cosmico che lo attraversa dall’inizio alla fine.
I brani crescono, si stratificano e avvolgono l’ascoltatore prima di colpirlo con improvvise esplosioni strumentali, sempre bilanciate da armonie quasi angeliche e aperture melodiche di grande impatto. D’altronde stiamo parlando di una delle migliori band live degli ultimi vent’anni, una macchina perfetta quando si tratta di riempire stadi e palazzetti in ogni parte del mondo. Una reputazione costruita concerto dopo concerto e che il pubblico italiano potrà nuovamente verificare dal vivo quando il ‘Muse – The Wow! Signal European Tour’ farà tappa a Milano, il 20 e 21 novembre prossimi.
Se ‘Origin of Symmetry’, ‘Absolution’ e ‘Black Holes & Revelations’ restano i mostri sacri della discografia del trio, negli ultimi anni molti avevano iniziato a pensare che la verve creativa della band si fosse quantomeno affievolita. ‘The Wow! Signal’ dimostra esattamente il contrario. Il trio appare artisticamente in forma smagliante e firma il lavoro più convincente degli ultimi anni: eclettico, ispirato, ambizioso e sorprendentemente coeso. La dimostrazione che i Muse hanno ancora qualcosa da dire e, soprattutto, sanno ancora come dirlo. (di Federica Mochi)
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