PRATO – “Quando il governo Meloni affronta un problema strutturale che Prato si porta dietro da anni, la sinistra risponde con accuse di discriminazione e mozioni ideologiche. Ma il tetto del 30% di alunni stranieri per classe, accompagnato da percorsi mirati di apprendimento della lingua italiana, non nasce per escludere: nasce per garantire a tutti il diritto a una scuola che funzioni”.
È la posizione espressa da Dania Melani, consigliera comunale di Fratelli d’Italia a Prato, intervenuta ieri in consiglio comunale.
“Nel 1999, durante il governo D’Alema, con Luigi Berlinguer ministro della Pubblica istruzione e Sergio Mattarella vicepresidente del Consiglio, le indicazioni ministeriali già prevedevano di distribuire gli alunni stranieri evitando classi in cui la loro presenza fosse predominante. Era una scelta di buonsenso pedagogico, non una discriminazione. Perché oggi lo stesso principio dovrebbe essere considerato inaccettabile?”.
La consigliera ha quindi puntato l’attenzione sulla situazione pratese, mettendo in discussione l’efficacia del modello di integrazione scolastica adottato negli anni. “Non dico che sia stato sbagliato in tutto, ma credo sia arrivato il momento di chiederci se debba essere rivisto. I numeri e le situazioni che incontriamo sul territorio impongono una riflessione seri”.
Nel suo intervento, Melani ha richiamato alcuni dati relativi alla frequenza scolastica, alle competenze linguistiche e alla dispersione. Tra quelli citati, provenienti dall’Osservatorio sull’abbandono scolastico pubblicati dal Comune lo scorso maggio, emerge la presenza di circa 300 minorenni residenti a Prato che non risultavano iscritti a scuola, il 73% dei quali di nazionalità cinese. La consigliera ha inoltre ricordato le difficoltà nelle competenze alfabetiche al termine della scuola media e il fenomeno degli abbandoni scolastici.
“Il ministro Valditara, di recente alla Camera, – continua Melani – ha citato dati secondo cui il 70% degli studenti cinesi non frequenta la scuola con regolarità. Ci sono realtà scolastiche in cui si registrano percentuali molto elevate di alunni stranieri e bambini che non padroneggiano ancora la lingua italiana. In alcune classi si arriva, secondo le situazioni segnalate, a percentuali pari al 70, 80 o persino al 90%. Non sono numeri astratti: sono condizioni che incidono sulla quotidianità degli studenti e sul lavoro degli insegnanti – ha aggiunto – esprimo la mia vicinanza e la mia gratitudine a docenti e operatori che ogni giorno cercano di garantire l’apprendimento e l’inclusione, affrontando contemporaneamente barriere linguistiche e culturali. Il rischio è che, in classi con una forte concentrazione di bambini che non conoscono sufficientemente l’italiano, diventi più difficile seguire il programma e assicurare a ciascuno le stesse opportunità. A pagarne le conseguenze sono tutti gli alunni, italiani e stranieri”.
Melani ha inoltre criticato il concetto di scuola di prossimità quando, in assenza di adeguati strumenti di equilibrio, finisce per favorire la concentrazione degli studenti con caratteristiche linguistiche simili negli stessi istituti.
“Quando le famiglie scelgono altre scuole per evitare classi con una presenza molto elevata di alunni non italofoni, si produce quello che viene definito white flight: lo spostamento di una parte delle famiglie, spesso con maggiori risorse economiche e culturali, verso istituti percepiti come più equilibrati. E’ un fenomeno che rischia di accentuare ulteriormente le differenze tra le scuole. Anche su questo dobbiamo interrogarci”.
Secondo la consigliera di Fratelli d’Italia, il limite del 30% rappresenta uno strumento per evitare concentrazioni eccessive e favorire percorsi di apprendimento più efficaci, senza rinunciare all’integrazione.
“L’inclusione – precisa Melani . non può essere soltanto una parola da utilizzare nei documenti politici. Per essere reale deve mettere ogni bambino nelle condizioni di imparare, conoscere la lingua italiana e costruire relazioni con i compagni. Se in una classe una parte consistente degli alunni non riesce a comprendere adeguatamente la lingua utilizzata nelle lezioni, il rischio è che l’integrazione rimanga sulla carta”.
In conclusione, Melani ha respinto le preoccupazioni secondo cui il provvedimento impedirebbe ai bambini stranieri di frequentare la scuola: “La misura prevede deroghe e strumenti per gestire le situazioni specifiche. Non si tratta di lasciare qualcuno per strada, ma di organizzare meglio la distribuzione degli alunni e rafforzare l’apprendimento dell’italiano. Il punto è garantire a tutti il diritto a un percorso scolastico adeguato. Prato ha bisogno di affrontare il problema senza pregiudizi ideologici, mettendo al centro il futuro dei bambini e la qualità dell’istruzione”.


