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E se stessimo esagerando con le diagnosi di Adhd nei giovani?

E se le diagnosi di Adhd ci fossero sfuggite di mano? A lanciare l’allarme è un gruppo di psicologi della University College of London, secondo il quale, l’aumento delle diagnosi del disturbo da deficit dell’attenzione e iperattività, appunto Adhd, deriverebbe da un eccesso di medicalizzazione di un sistema diagnostico imperfetto. La ricerca, pubblicata nel nuovo libro States of Mind, ha rilevato che le diagnosi di Adhd in Occidente sono aumentate vertiginosamente negli ultimi anni: ma quanto incide davvero la neurodiversità? E quanti sono realmente i casi in cui i ragazzi hanno bisogno di farmaci?

Il ruolo dell’ambiente e del contesto

A condurre la ricerca è l’organizzazione benefica States of Mind. Frutto di otto anni di collaborazione con scuole secondarie, istituti superiori, centri comunitari e organizzazioni di alloggi protetti, i ricercatori hanno analizzato i giovani al fine di esaminare la dinamica interrelazione tra loro e i sistemi di istruzione e salute mentale. Ciò che è emerso è che gli adolescenti vengono sistematicamente esclusi dalle decisioni che cambiano la loro stessa vita, come ad esempio quali ambienti favorirebbero la loro istruzione e il loro benessere psicomotorio. Questo li starebbe alienando e causerebbe loro disagio psicologico o emotivo. Ma anziché trovare soluzioni pratiche, genitori e comunità vicine, come scuola e presidi, starebbero limitandosi a curare i sintomi con i farmaci e diagnosi sbrigative.

“Etichettare i singoli bambini come malati o affetti da disturbi non permette di indagare le cause più profonde del disagio psicologico, né di far emergere un significato dall’esperienza della sofferenza”, spiegano i ricercatori. “Senza esplorare a fondo i fattori contestuali scatenanti, non è possibile considerare o riconsiderare in modo autentico i principali fattori sociali che influenzano la salute mentale e il benessere dei nostri giovani. In realtà, l’espansione degli interventi di salute mentale, pur essendo utile per alcuni e probabilmente benintenzionata, spesso non è altro che un palliativo. A meno che non riflettiamo insieme, con i bambini e i giovani, su quali aspetti dei loro contesti sistemici li portino a sentirsi in un certo modo, i nostri servizi di salute mentale rimarranno reattivi e, nella migliore delle ipotesi, marginalmente efficaci”.

Il boom delle diagnosi da Adhd

L’esempio che i ricercatori hanno esposto con chiarezza è proprio il boom degli ultimi anni delle diagnosi di Adhd, il disturbo dell’attenzione. Le diagnosi, secondo gli studiosi, mancherebbero di obiettività scientifica perché analizzano i comportamenti manifestati in risposta a disagi emotivi e li patologizzano.

La pubblicazione ha messo in luce una falla fondamentale nel processo: i bambini devono manifestare sintomi solo in due contesti, in genere a casa e a scuola, per ricevere una diagnosi di Adhd. Ma quando sono impegnati in attività che apprezzano dimostrano gli stessi sintomi?

“Abbiamo incontrato bambini e ragazzi che in classe sono “fuori di testa”, ma che riescono a concentrarsi completamente per ore quando cucinano, pescano o praticano sport”, scrivono gli autori. “Questo non conferma forse che qualsiasi percezione di disattenzione o iperattività è innescata dall’ambiente circostante?”.

La neurodiversità

Per comprendere meglio la portata dell’analisi proposta dai ricercatori bisogna analizzare gli studi sulla neurodiversità. In questi ultimi decenni hanno compiuto importanti passi avanti. Milioni di persone hanno ricevuto l’aiuto necessario ad acquisire un senso di sicurezza, rafforzando il paradigma biomedico secondo cui alcuni cervelli sono essenzialmente diversi dagli altri. Ma anche qui, i ricercatori avvisano: “Non esiste un cervello ‘tipico’, ognuno è unico. Affermare il contrario significherebbe credere in un fantasioso cervello ‘medio’, rispetto al quale misurare le diverse forme di divergenza”.

La ricerca auspica, quindi, un cambiamento radicale rispetto a quella che definisce la “psichiatrizzazione della nostra coscienza”, sostenendo che gli approcci educativi e di supporto dovrebbero essere adattati ai bambini in base a come loro e le loro famiglie li percepiscono, piuttosto che a generiche etichette psichiatriche imposte da autorità esterne. Il progetto States of Mind si è posto l’obiettivo di rendere i giovani protagonisti attivi anziché destinatari passivi, offrendo spazi per la co-progettazione di soluzioni significative che rispondevano ai loro bisogni.

Giovani

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

© Riproduzione riservata

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