Il coltello non entra più soltanto nelle cronache criminali. Entra nelle tasche degli adolescenti, nei video girati con il cellulare, nelle risse fuori scuola, nei gruppi che si muovono nelle piazze della movida, nei racconti di una violenza che sembra sempre meno eccezione e sempre più linguaggio. Non sempre c’è dietro una banda organizzata, non sempre c’è una traiettoria criminale già definita. A volte c’è un ragazzo che ha paura, a volte uno che vuole farsi vedere, a volte uno che non sa più distinguere tra forza e identità.
È in questo passaggio che il fenomeno cambia natura. L’arma non è soltanto uno strumento per colpire, ma diventa un accessorio simbolico, un oggetto attraverso cui costruire una presenza. “In molti casi, l’arma diventa il mezzo distorto per rispondere a un imperativo esistenziale: io esisto”, spiega Filomena Labriola, pedagogista, dottore di ricerca in Scienze delle relazioni umane e già Giudice Onorario Minorile.
La sua analisi parte da qui: dalla necessità di guardare oltre la cronaca, senza attenuare la responsabilità di chi agisce violenza, ma cercando di capire che cosa accade prima. Prima del coltello. Prima del branco. Prima del video pubblicato online. Prima che un adolescente arrivi a usare l’aggressione come unico modo per occupare uno spazio nel mondo.
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Il coltello come identità
La diffusione delle armi bianche tra i giovanissimi racconta una trasformazione più profonda della sola devianza minorile. In passato il possesso di un’arma era più facilmente associato a contesti criminali strutturati; oggi compare anche in situazioni ordinarie, nei luoghi della socialità adolescenziale, in ambienti sociali diversi e con motivazioni che non sempre coincidono con l’appartenenza a una vera organizzazione.
Per Labriola, le ragioni che spingono un ragazzo a girare armato sono molteplici. Può esserci la devianza, può esserci il contatto con circuiti criminali, può esserci il bisogno di difendersi. Ma sempre più spesso emerge un altro elemento: l’arma come risposta a una fragilità identitaria. “Siamo di fronte a una percezione di sé e della realtà circostante profondamente negativa”, osserva la pedagogista. In questo quadro, il coltello diventa una forma di legittimazione, un modo distorto per affrontare difficoltà che non trovano parole, ascolto o contenimento.
La violenza diventa così un codice comunicativo. Non serve solo a ferire, ma a dire qualcosa: al gruppo, alla vittima, agli adulti, ai social. Il gesto violento occupa il posto della parola quando la parola non è stata appresa, non è stata ascoltata o non sembra più efficace. La rissa, la minaccia, l’aggressione diventano una grammatica brutale attraverso cui esprimere rabbia, frustrazione, appartenenza o senso di esclusione.
Il punto, secondo Labriola, non è cercare attenuanti, ma interrogarsi sulla qualità delle relazioni educative. Chi è rimasto inascoltato? Quale bisogno è stato ignorato? Quale adulto non è riuscito a leggere i segnali? Sono domande che riguardano la famiglia, la scuola, il territorio e tutte le agenzie educative che accompagnano la crescita.
Uno dei nodi riguarda il cambiamento del modello familiare. La famiglia normativa, fondata su regole rigide e spesso non negoziabili, ha progressivamente lasciato spazio a una famiglia affettiva, più attenta alla relazione e alle emozioni. Questo passaggio, precisa Labriola, non va letto in modo negativo. La famiglia affettiva non significa assenza di regole. Il problema nasce quando l’attenzione alla dimensione emotiva comporta la rinuncia al limite, quando il “no” scompare o diventa sempre trattabile, quando la frustrazione non viene più attraversata ma evitata.
È proprio la frustrazione uno dei terreni più delicati. Un richiamo, un rifiuto, un insuccesso scolastico, un’umiliazione reale o percepita possono diventare detonatori se il ragazzo non ha strumenti per elaborarli. La rabbia, se non viene nominata e contenuta, può trasformarsi rapidamente in azione. In questo passaggio, l’arma diventa scorciatoia: non risolve il conflitto, lo esplode.
Anche la scuola si trova al centro di questa tensione. Agli insegnanti viene chiesto sempre più spesso di intercettare disagio, gestire conflitti, mediare con le famiglie, contenere condotte aggressive e al tempo stesso garantire l’apprendimento. Per Labriola, questo carico non può ricadere solo sui docenti. “Il docente deve potersi dedicare all’istruzione; non gli si può richiedere un sovraccarico di compiti educativi che esulano dalle sue mansioni”, sottolinea.
Da qui la proposta di inserire stabilmente figure esperte nelle scuole, superando la logica dei progetti temporanei. Pedagogisti, educatori, psicologi e professionisti della relazione educativa dovrebbero essere presenti in modo continuativo, per aiutare gli insegnanti a leggere i segnali di disagio, sostenere gli studenti e lavorare con le famiglie. Distacco emotivo, linguaggio aggressivo, isolamento dagli adulti, incapacità di dare un nome alla rabbia o alla tristezza non possono essere intercettati solo quando diventano emergenza.
Per Labriola, la prevenzione passa da qui: non dalla militarizzazione dei contesti giovanili, ma dalla costruzione di una presenza adulta competente. “Ciò di cui abbiamo realmente bisogno è un esercito di educatori professionisti che operino sul campo”, afferma.
Baby gang, social e responsabilità
L’analisi di Labriola trova una cornice più ampia nel confronto promosso dall’Università Lumsa durante la tavola rotonda “Baby gang, disagio giovanile, nichilismo e responsabilità”, con il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, il prefetto di Roma Lamberto Giannini e il giornalista e saggista Lirio Abbate. Il tema delle baby gang è stato affrontato non solo come questione di ordine pubblico, ma come fenomeno sociale, educativo e culturale.
Gratteri ha richiamato l’abbassamento dell’età di chi commette reati gravi, compresi omicidi e reati di mafia, sottolineando la necessità di ragionamenti di lungo periodo. Per il procuratore, il primo terreno di intervento resta la famiglia: genitori che parlino di più con i figli, che li ascoltino davvero, che non si limitino a “parlargli addosso”, che sappiano chiedere di posare il cellulare e tornare a condividere tempo, gioco, presenza.
Il magistrato ha posto anche una questione scomoda: il ruolo degli adulti nella delegittimazione della scuola. Quando i genitori entrano negli istituti solo per difendere i figli contro i docenti, il patto educativo si indebolisce. La domanda diventa allora chi educa gli adulti, prima ancora dei ragazzi.
Il prefetto Lamberto Giannini ha richiamato la necessità di evitare semplificazioni. Non ogni gruppo di adolescenti è una baby gang, non ogni forma di aggregazione giovanile è il preludio alla violenza. Ma quando il gruppo diventa branco, quando l’appartenenza produce sopraffazione, quando il pari viene trasformato in bersaglio, l’intervento deve coinvolgere scuola, istituzioni, forze di polizia e realtà del territorio.
Lirio Abbate ha descritto le baby gang come un sintomo prima ancora che come un’emergenza criminale. Spesso la vittima è un coetaneo, percepito come diverso, isolato e colpito. Il nemico non è necessariamente lo Stato, ma l’altro ragazzo, quello su cui esercitare forza. Nel gruppo, la responsabilità individuale si diluisce: il branco alleggerisce la colpa, distribuisce il peso dell’azione, trasforma l’aggressione in gesto collettivo.
A questa dinamica si aggiunge il digitale. Il cellulare non è più solo testimone, ma parte della scena. L’aggressione viene ripresa, caricata, condivisa. La violenza non cerca soltanto una vittima, cerca anche un pubblico. In questo passaggio, secondo Labriola, l’esposizione digitale diventa prioritaria rispetto al vissuto: l’identità si costruisce online, dentro un “iper-self” che premia spesso la spettacolarizzazione del negativo.
Il video di una rissa, di una minaccia, di un’umiliazione non documenta soltanto un atto: lo prolunga. Lo rende replicabile, commentabile, imitabile. Rafforza la reputazione di chi agisce violenza e aggrava la ferita di chi la subisce. Molti adolescenti, però, non percepiscono pienamente la portata delle conseguenze. L’illusione dell’impunità digitale si somma alla scarsa consapevolezza giuridica: dopo i 14 anni può scattare la responsabilità penale, e filmare o diffondere un’aggressione non è un gioco senza effetti.
Per questo Labriola indica anche l’educazione civica come uno spazio da rafforzare. Legalità, responsabilità penale, uso delle immagini, reputazione digitale, rispetto della vittima e conseguenze della diffusione online dovrebbero diventare contenuti strutturali, non interventi episodici. Il punto non è spaventare i ragazzi, ma renderli consapevoli del rapporto tra gesto, danno e responsabilità.
La risposta repressiva resta una parte del quadro, soprattutto davanti a condotte gravi e pericolose. Tuttavia, secondo Labriola, non può essere l’unica. “Quando un adolescente impugna un’arma, la risposta non può esaurirsi nella sola condanna”, sostiene. Serve lavorare su percorsi di recupero, messa alla prova e giustizia riparativa, strumenti che non cancellano la responsabilità ma provano a trasformarla in comprensione del danno e possibilità di cambiamento.
Il rischio, altrimenti, è intervenire sempre dopo: dopo l’aggressione, dopo il video, dopo la denuncia, dopo la vittima. La prevenzione richiede invece un patto di corresponsabilità tra Stato, scuola, famiglie, servizi sociali, forze di sicurezza, parrocchie, associazioni sportive e territorio. Un patto che non resti formula astratta, ma diventi presenza stabile nei luoghi della crescita.
Il fenomeno dei ragazzi armati e delle baby gang non nasce da una sola causa e non può essere affrontato con una sola risposta. Dentro si intrecciano fragilità familiari, solitudine educativa, modelli culturali aggressivi, attrazione del gruppo, disagio sociale, criminalità organizzata, reputazione digitale e incapacità di abitare il conflitto. L’arma in tasca è spesso il punto finale di una catena più lunga.
Per questo, nell’analisi di Labriola, il tema non è soltanto togliere il coltello dalle mani di un adolescente, ma chiedersi che cosa lo abbia reso necessario ai suoi occhi.
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Giovani
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