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Vivere a lungo non basta: cosa serve per stare bene dopo i 65 anni

Invecchiare bene non significa solo spegnere molte candeline. Significa riuscire ad alzarsi da una sedia senza fatica, portare la spesa, camminare con sicurezza, ricordare un appuntamento, avere qualcuno da chiamare e un posto dove andare. La longevità, in altre parole, non si misura soltanto in anni vissuti, ma nella capacità di restare autonomi, forti, lucidi e connessi agli altri.

È una questione sempre più centrale per l’Italia, uno dei Paesi più longevi al mondo. La speranza di vita cresce, ma il vero nodo demografico è un altro: trasformare gli anni guadagnati in anni di buona qualità, riducendo il più possibile fragilità, isolamento e perdita di indipendenza.

Da questa prospettiva parte il primo Rapporto Vivi l’Età sulla longevità attiva, promosso da Meritene e curato dal professor Ennio Tasciotti, direttore dello Human Longevity Program dell’Irccs San Raffaele di Roma. Il documento raccoglie le evidenze scientifiche più recenti su tre dimensioni dell’invecchiamento sano: attività fisica e salute muscolare, nutrizione e integrazione proteica, relazioni sociali e salute cognitiva.

Il punto è che questi tre fattori non funzionano davvero se restano separati. Muoversi aiuta, ma il muscolo ha bisogno anche di un adeguato apporto nutrizionale. Mangiare meglio è importante, ma da solo non basta a preservare forza e funzionalità. E perfino la socialità, spesso considerata un aspetto “soft” della vecchiaia, entra invece nel campo della salute: le relazioni incidono sul benessere mentale, sul declino cognitivo, sul rischio di depressione e perfino sulla sopravvivenza.

“Le evidenze scientifiche mostrano come la qualità della vita dopo i 65 anni dipenda dall’equilibrio tra forza fisica, adeguata nutrizione e relazioni sociali solide”, afferma Tasciotti. Non tre consigli generici, quindi, ma tre leve interconnesse. La longevità attiva si costruisce nel modo in cui ci si muove, ci si alimenta e si resta dentro una rete di rapporti.

La parola da conoscere è sarcopenia

Uno dei concetti chiave del Rapporto è la sarcopenia, cioè la perdita progressiva di massa e forza muscolare. È una parola poco familiare, ma descrive qualcosa di molto concreto: la fatica ad alzarsi da una sedia, il passo che rallenta, l’equilibrio che diventa più incerto, la paura di cadere, la tendenza a uscire meno di casa.

A lungo questa perdita di forza è stata considerata quasi una conseguenza inevitabile dell’età. Oggi, invece, viene letta sempre più come un fattore di fragilità da prevenire e intercettare. Perché perdere muscolo non significa soltanto diventare meno forti: significa restringere poco alla volta lo spazio dell’autonomia.

Il muscolo, dopo i 65 anni, diventa una riserva di libertà quotidiana. Serve per salire le scale, attraversare una strada, sollevare una borsa, mantenere l’equilibrio. Quando questa riserva si riduce, aumenta il rischio di cadute, ospedalizzazioni, dipendenza dagli altri e perdita di qualità della vita.

Per questo il movimento regolare è uno dei cardini dell’invecchiamento sano. “Ogni ora aggiuntiva di attività fisica moderata riduce significativamente il rischio di sarcopenia”, spiega Tasciotti. I programmi più efficaci, secondo il Rapporto, non puntano su un’unica attività, ma combinano esercizi di resistenza, attività aerobica, equilibrio e supporto nutrizionale.

Perché dopo i 65 anni le proteine contano di più

Con l’età cambia anche il rapporto tra alimentazione e massa muscolare. Aumenta il fabbisogno proteico e diminuisce la capacità dell’organismo di utilizzare in modo efficiente le proteine introdotte con la dieta. È la cosiddetta resistenza anabolica, un meccanismo che può contribuire alla perdita di massa muscolare.

In presenza di una resistenza anabolica severa, ricorda il Rapporto, la quantità di proteine necessaria per innescare la sintesi proteica può essere molto più alta rispetto a quella richiesta da un organismo giovane, fino a 40 grammi per singolo pasto. Ma il punto non è aggiungere proteine o integratori senza criterio. “Gli anziani necessitano di un apporto proteico superiore rispetto agli adulti più giovani ma la supplementazione proteica da sola produce benefici limitati”, spiega Tasciotti.

Il nodo è l’associazione con il movimento. Le proteine servono di più quando il muscolo viene stimolato a lavorare: per questo il supporto nutrizionale dà i risultati migliori quando si inserisce in un percorso più ampio, fatto di esercizio fisico, alimentazione adeguata e stili di vita corretti. Una network meta-analysis pubblicata su The Journal of Nutrition, Health & Aging conferma che gli interventi combinati, esercizio fisico e supporto proteico, sono tra i più efficaci per migliorare forza, massa muscolare e funzionalità negli anziani con sarcopenia.

Dopo i 65 anni, quindi, mangiare bene non significa solo seguire una dieta equilibrata. Significa anche dare al corpo gli strumenti per conservare forza, mobilità e capacità di affrontare le attività quotidiane: camminare, salire le scale, uscire di casa, restare autonomi più a lungo.

La salute passa anche da chi abbiamo intorno

C’è poi un fattore che spesso resta ai margini quando si parla di invecchiamento sano: la qualità delle relazioni. Non riguarda soltanto la compagnia o il benessere psicologico. Sempre più evidenze mostrano che la socialità entra direttamente nel campo della salute.

Una meta-analisi internazionale su oltre 300mila partecipanti, richiamata dal Rapporto e pubblicata su PLOS Medicine, ha rilevato che relazioni sociali solide aumentano la probabilità di sopravvivenza del 50%, con un impatto paragonabile alla cessazione del fumo.

È un dato che cambia il modo di guardare alla vecchiaia. La solitudine non è solo tristezza; può diventare stress cronico, depressione, infiammazione, minore stimolo cognitivo, riduzione del movimento e maggiore vulnerabilità. Al contrario, partecipare alla vita sociale, mantenere relazioni, avere occasioni di incontro e sentirsi utili può sostenere la salute mentale e cognitiva.

“La solitudine cronica è associata a un declino cognitivo più rapido mentre la partecipazione sociale riduce il rischio di demenza”, afferma Tasciotti. Da qui una conseguenza importante: la longevità attiva non si costruisce soltanto con palestre, ambulatori e piani nutrizionali. Si costruisce anche nei quartieri, nei centri anziani, nei parchi, nelle biblioteche, nelle reti familiari e nelle comunità locali.

Popolazione

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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