PRATO – “La risposta dell’assessore alla Legalità Enrico Vellucci al question time da noi proposto ci ha lasciati sbigottiti. Proprio lui, che ha alle spalle una carriera da ufficiale dell’Arma dei Carabinieri, ha messo in discussione la presenza della mafia cinese a Prato”.
Sono le parole di Jonathan Targetti Consigliere comunale L’Alternativa C’è e Aldo Milone Ex assessore alla Sicurezz e Responsabile Sicurezza e Legalità de L’Alternativa C’è.
“Una posizione – continuano Targetti e Milone – che contraddice quanto affermato da mesi dal Procuratore Capo della Repubblica di Prato, dott. Luca Tescaroli, e dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Firenze. E che viene smentita dalla cronaca di questi giorni.
Nell’inchiesta «Easy money» della DDA di Firenze, che ha portato a 41 misure cautelari e al sequestro di beni per circa 60 milioni di euro, il Tribunale del Riesame ha appena respinto le richieste di scarcerazione degli indagati, confermando l’impianto accusatorio. Secondo gli inquirenti, – continuano Targetti e Milone – una banca clandestina cinese avrebbe movimentato fino a cento milioni di euro l’anno, al servizio di famiglie della criminalità organizzata calabrese, campana e pugliese e di gruppi albanesi. Tra le accuse contestate c’è l’associazione per delinquere di stampo mafioso, insieme a riciclaggio, traffico internazionale di stupefacenti e immigrazione clandestina”.
“Le parole dell’assessore – incalcano Targetti e Milone – ignorano anche la storia giudiziaria della nostra città. Con la sentenza n. 35914 del 30 maggio 2001, la VI Sezione penale della Corte di Cassazione ha confermato la condanna per associazione di tipo mafioso (art. 416-bis del Codice penale) di un gruppo criminale cinese. Era l’esito dell’inchiesta «Gladioli rossi», condotta nel 1999 dalla DDA di Firenze, che portò alla luce una cupola guidata da tre famiglie cinesi: dietro la copertura di ristoranti tra Prato e Firenze, gestivano un traffico di immigrati clandestini ridotti in condizioni di schiavitù, smistati da Parigi verso diverse città, tra cui Prato. Con quella sentenza la Cassazione ha stabilito che il 416-bis si applica anche alle organizzazioni straniere che, pur senza controllare l’intero territorio, esercitano la propria forza intimidatrice contro una specifica comunità. È stata la prima volta in Italia che il reato di associazione mafiosa è stato esteso a un’organizzazione criminale straniera, e riguardava proprio il triangolo Firenze-Prato-Osmannoro. Sono passati venticinque anni: la mafia cinese a Prato non è un’opinione, è un fatto accertato da una sentenza definitiva”.
“Vogliamo sperare- concludono Targetti e Milone – che l’assessore si sia confuso o che il suo intervento sia stato male interpretato, ma non ne siamo affatto convinti. Ci stupisce la velocità con cui ha dismesso l’abito dei Carabinieri per indossare quello del pensiero politico biffoniano. Il sindaco Biffoni, del resto, ha sempre minimizzato il fenomeno. Nel gennaio 2020, quando il presidente della Fondazione Caponnetto, Salvatore Calleri, paragonò Prato a Corleone per la presenza della mafia cinese, Biffoni reagì chiedendo ‘rispetto per la città’, accusò di parlare di mafia senza fornire dati e si disse perplesso sull’uso stesso della parola mafia per la criminalità cinese. Calleri gli rispose ricordando proprio la sentenza di Cassazione del 2001.
Va ricordato, peraltro, che i Carabinieri sono sempre stati in prima linea nel contrasto alla mafia cinese presente a Prato. Ci auguriamo una secca smentita da parte dell’assessore alla Legalità Enrico Vellucci o, quantomeno, una dichiarazione che chiarisca senza ambiguità il suo pensiero sulla presenza della mafia cinese nella nostra città”.


