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Perché per un uomo è sempre più difficile diventare padre

Il 2024 è ufficialmente l’anno del “sorpasso” demografico globale: per la prima volta nella storia moderna, il tasso di fertilità totale delle donne ha superato quello degli uomini, invertendo un primato maschile che durava da secoli. Questo evento epocale, documentato da una ricerca guidata da Henrik-Alexander Schubert, dell’Istituto per la ricerca demografica dell’Università di Oxford, in collaborazione con quella di Zurigo, e pubblicata sulla rivista Pnas, rivela che non siamo di fronte a un cambiamento della biologia umana, ma a una profonda trasformazione della struttura della popolazione mondiale.

Attraverso l’analisi dei dati delle Nazioni Unite dal 1950 e proiezioni fino al 2100, lo studio dimostra come una progressiva “mascolinizzazione” della specie stia rendendo la paternità un obiettivo numericamente più difficile da raggiungere rispetto alla maternità, trasformando quello che un tempo era un vantaggio statistico per gli uomini in un ostacolo strutturale insormontabile.

Il crossover storico e la fine della parità

Per decenni, il concetto di fertilità è stato quasi esclusivamente associato alle donne, ma questo studio sposta i riflettori sugli uomini per rivelare una tendenza sorprendente. Storicamente, il tasso di fertilità maschile è stato quasi sempre superiore a quello femminile. Nel 1950, ben il 96,2% dei Paesi mondiali registrava un numero medio di figli per uomo superiore a quello per donna. Questa dinamica era alimentata da popolazioni giovani in rapida crescita, dove gli uomini, grazie a una finestra riproduttiva più ampia, tendevano ad avere figli con donne più giovani appartenenti a generazioni successive e più numerose. Tuttavia, il 2024 segna il momento in cui queste due linee statistiche si sono incrociate a livello globale, un fenomeno definito “crossover”. Sebbene in Europa e Nord America questo sorpasso sia avvenuto già tra gli anni ’60 e ’70, il fatto che ora riguardi l’intero pianeta suggerisce che la parità riproduttiva tra i sessi appartiene al passato. Le proiezioni indicano che entro il 2100 solo il 9,8% delle nazioni manterrà una fertilità maschile superiore, rendendo il sorpasso femminile una condizione permanente del nostro secolo.

Un mondo con troppi uomini

Le ragioni di questa inversione non risiedono in una crisi della capacità biologica maschile, ma in una combinazione di forze demografiche che hanno alterato il rapporto tra i sessi nelle età riproduttive. Un fattore cruciale è il restringimento del divario di mortalità: oggi gli uomini sopravvivono molto più a lungo rispetto al passato, il che aumenta la loro presenza numerica nelle fasce d’età in cui si formano le famiglie. Parallelamente, il drastico calo della mortalità materna ha eliminato una causa storica di morte prematura per le donne, che un tempo creava un surplus di uomini pronti a risposarsi con partner molto più giovani, gonfiando artificialmente la media dei figli per maschio. In aggiunta a questi processi naturali, in Paesi come Cina, India e Corea del Sud, decenni di aborti selettivi legati alla preferenza per i figli maschi hanno creato uno squilibrio strutturale senza precedenti. In queste nazioni, il rapporto naturale di circa 105 nati maschi ogni 100 femmine è stato forzato verso l’alto, portando a una saturazione del “mercato matrimoniale” dove l’abbondanza di uomini riduce drasticamente le probabilità per il singolo individuo di diventare padre.

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Una sfida per la salute e l’economia

Questo squilibrio demografico, definito dai ricercatori come una “stretta sulle nascite”, ha implicazioni che vanno ben oltre le statistiche e toccano la stabilità stessa delle società. Quando il numero di uomini supera significativamente quello delle donne, si osserva un aumento vertiginoso del tasso di uomini che rimarranno senza figli per tutta la vita, con un impatto particolarmente duro sui ceti socio-economici più svantaggiati. L’assenza di figli e la solitudine forzata sono condizioni associate a peggiori esiti di salute fisica e mentale e a una crescente dipendenza dai sistemi di assistenza professionale durante la vecchiaia, poiché mancano le reti di supporto familiare tradizionali. Inoltre, la letteratura scientifica citata nello studio suggerisce che un eccesso di popolazione maschile non integrata in nuclei familiari può correlarsi a tassi più alti di criminalità, instabilità sociale e diffusione di malattie veneree. Il rischio è quello di un “backlash” culturale contro l’uguaglianza di genere, alimentato dalla frustrazione di una massa crescente di uomini marginalizzati dalle dinamiche riproduttive.

Eccezioni e prospettive future

Nonostante la “mascolinizzazione” della società sembri una forza universale, lo studio evidenzia una grande eccezione geografica: l’Africa subsahariana. In questa regione, la combinazione di alti tassi di fertilità, una mortalità materna ancora elevata e l’impatto dei conflitti (che colpiscono prevalentemente gli uomini) mantiene un equilibrio demografico differente, posticipando il sorpasso della fertilità femminile a dopo il 2100. Per il resto del mondo, invece, la sfida sarà gestire questa nuova realtà attraverso politiche mirate. Gli autori suggeriscono che non basterà combattere le pratiche discriminatorie come l’aborto selettivo per riequilibrare le nascite; sarà necessario rafforzare la posizione sociale delle donne e, contemporaneamente, offrire agli uomini single nuove opportunità di integrazione sociale, dall’istruzione alla creazione di reti di supporto istituzionali. In un futuro dove la genitorialità maschile sarà sempre più rara, la società dovrà imparare a garantire benessere e connessione sociale anche al di fuori del tradizionale modello della famiglia nucleare.

Fertilità

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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