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Tajani: “Se facciamo più figli possiamo ridurre il numero dei migranti regolari”

“Abbiamo un problema di decrescita nell’ambito demografico e dobbiamo capire se vogliamo fare più figli. E se facciamo più figli poi possiamo anche dire: bene, riduciamo il numero dei migranti regolari che vengono a lavorare nelle nostre imprese, ma se no noi non abbiamo lavoratori”. Le parole del vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, pronunciate al Festival del Lavoro di Roma, riaprono il confronto sul rapporto tra denatalità, immigrazione regolare e mercato del lavoro.

Nel suo intervento Tajani ha collegato il calo delle nascite al fabbisogno di lavoratori stranieri nelle imprese italiane: “Più c’è denatalità, più abbiamo bisogno nelle nostre imprese di lavoratori stranieri. E allora poi con tutto quello che ne consegue, l’integrazione, i rischi di immigrazione irregolare”.

Denatalità e lavoro, i numeri del calo demografico

Il tema si inserisce in un quadro demografico segnato da un saldo naturale negativo. Secondo gli ultimi indicatori demografici dell’Istat, nel 2025 in Italia sono nati 355mila bambini, mentre i decessi sono stati 652mila. Il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14. La popolazione residente resta sostanzialmente stabile grazie al saldo migratorio: le immigrazioni dall’estero sono state 440mila, le emigrazioni 144mila.

Il calo delle nascite ha effetti anche sulla composizione della popolazione e, nel medio-lungo periodo, sulla disponibilità di forza lavoro. Al 1° gennaio 2026 la popolazione residente è stimata in 58 milioni 943mila persone, sostanzialmente invariata rispetto all’anno precedente, dopo anni di riduzione.

Sul versante delle imprese, il Sistema informativo Excelsior di Unioncamere e ministero del Lavoro stima per il 2025 quasi 1 milione e 359mila entrate programmate di lavoratori immigrati, pari al 23,4% dei 5,8 milioni di ingressi complessivi previsti dalle aziende. L’incidenza è più alta nelle professioni manuali e operative: 28% tra i conduttori di impianti, 30,7% tra gli operai specializzati e 31,6% nelle professioni non qualificate.

Le repliche

Alle parole di Tajani hanno replicato diversi esponenti del Partito democratico. Francesco Boccia, presidente del gruppo Pd al Senato, ha definito la denatalità una questione “complessa” e ha contestato l’idea che possa essere affrontata solo con l’aumento delle nascite. “Se dal 2014 ad oggi abbiamo perso 2 milioni di persone non è perché sono scappati tutti dall’Italia, ma perché per la prima volta c’è un saldo negativo tra nati e morti”, ha dichiarato Boccia, aggiungendo che l’emergenza demografica richiede “politiche serie per sostenere le donne e i giovani” e “certamente più immigrazione regolare”.

Valeria Valente, senatrice del Pd, ha definito “assurde” le parole di Tajani, collegando il tema della natalità alla condizione femminile fotografata dal Rapporto Istat. Valente ha richiamato i divari nel lavoro, nelle retribuzioni e nel carico domestico e di cura, sostenendo che la denatalità “non è certo solo una questione di volontà, ma è un fenomeno sociale con precise cause sociali”. La senatrice ha citato anche il tema dei congedi, dei nidi, del part time femminile e delle politiche per le giovani donne.

Sulla stessa linea Cecilia D’Elia, senatrice Pd, secondo cui il Rapporto Istat conferma che l’Italia “è bloccata dalla disparità di genere”, dalla disparità occupazionale e salariale alla mancata condivisione del lavoro domestico e di cura. Per D’Elia, “non servono bonus e propaganda, ma politiche serie e continuative”, e natalità e migrazioni non vanno necessariamente contrapposte: le politiche di sostegno alla genitorialità e quelle di accoglienza, ha affermato, “si completano”.

Tra natalità, lavoro e ingressi regolari

Il dibattito aperto dalle parole di Tajani riguarda quindi due piani collegati: da un lato il sostegno alla natalità, dall’altro la gestione dei flussi di ingresso regolare per motivi di lavoro. Secondo il XV Rapporto del ministero del Lavoro sugli stranieri nel mercato del lavoro in Italia, gli occupati stranieri sono 2 milioni e 514mila, pari al 10,5% del totale degli occupati.

Il Rapporto segnala una presenza crescente nel mercato del lavoro, ma anche criticità persistenti. Nel 2024 il tasso di occupazione degli stranieri non Ue si è attestato al 57,6%, contro il 61,6% degli italiani; il tasso di disoccupazione è sceso al 10,2%, ma resta superiore al 6,1% registrato tra gli italiani. Forte anche il divario di genere: tra le donne non Ue il tasso di occupazione è inferiore di quasi 30 punti rispetto agli uomini non Ue.

Il peso dei lavoratori stranieri è particolarmente rilevante in alcuni comparti. Gli “altri servizi collettivi e personali” registrano l’incidenza più alta, con il 30,9% di lavoratori stranieri sul totale, seguiti da agricoltura, 20%, alberghi e ristoranti, 18,5%, e costruzioni, 16,9%. Nel 2024 sono stati registrati quasi 2,7 milioni di attivazioni di rapporti di lavoro che hanno interessato cittadini stranieri, pari al 25% del totale delle attivazioni.

Il Rapporto richiama anche il tema della domanda delle imprese: secondo Excelsior, nel 2024 industria e servizi hanno programmato oltre un milione di assunzioni di lavoratori stranieri, quasi il 20% del totale, incontrando difficoltà di reperimento nel 54,7% dei casi. Restano inoltre squilibri rilevanti nelle condizioni di lavoro: gli infortuni che riguardano lavoratori stranieri sono il 23,1% del totale e la retribuzione media annua dei lavoratori non Ue è inferiore del 30,4% rispetto a quella del complesso dei lavoratori.

Il confronto politico si concentra quindi sulle misure da adottare: politiche per la natalità, sostegno alla genitorialità, lavoro femminile, giovani, servizi, fabbisogni delle imprese e programmazione dell’immigrazione regolare. Nel quadro del calo demografico italiano, la questione riguarda sia la struttura futura della popolazione sia la capacità del mercato del lavoro di rispondere ai fabbisogni già presenti in diversi settori produttivi.

Famiglia

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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