PRATO – Gianluca Banchelli, candidato sindaco del centrodestra alle scorse elezioni comunali, è intervenuto in merito al documento presentato dalla Diocesi di Prato nelle scorse ore.
“Ho letto con attenzione il documento “Prato: Oltre il Distretto Parallelo”, presentato dalla Pastorale Sociale e del Lavoro della Diocesi di Prato: un testo che affronta temi veri, importanti, che riguardano il lavoro, la legalità, lo sfruttamento, l’integrazione e il futuro della nostra città. Molte delle analisi contenute nel documento non mi trovano in disaccordo.
Da anni sostengo che il problema di Prato non possa essere ridotto a una questione etnica o di ordine pubblico, che legalità, tutela del lavoro, difesa del Made in Italy e contrasto allo sfruttamento debbano tornare al centro dell’azione politica e amministrativa – le sue parole – la domanda che però mi pongo è un’altra. Perché oggi? Perché questo documento arriva due settimane dopo le elezioni amministrative e non prima? Perché arriva dopo una campagna elettorale nella quale il confronto pubblico su questi temi è stato sostanzialmente impedito?
Per mesi ho cercato di portare al centro del dibattito cittadino le questioni della sicurezza, della legalità e del lavoro.
Ho chiesto confronti pubblici. Ho chiesto che la città si interrogasse sul modello di sviluppo seguito negli ultimi anni.
Ho chiesto che si parlasse apertamente delle criticità che tutti vedevano e che molti preferivano non affrontare.
La risposta è stata il silenzio. Un silenzio che non ha riguardato soltanto la politica. Associazioni di categoria, corpi intermedi, realtà influenti della città e persino chi oggi propone questa riflessione hanno scelto, consapevolmente o meno, di non alimentare un confronto pubblico vero. Si è discusso a porte chiuse. Si sono organizzati incontri riservati”.
Banchelli è entrato poi nel merito del documento, non risparmiando “stoccate” alle amministrazioni PD. “La città non è stata messa nelle condizioni di confrontarsi apertamente sui temi che oggi il documento stesso riconosce come centrali. Eppure il testo individua con chiarezza una crisi che affonda le sue radici almeno dal rogo della Teresa Moda del 2013 fino ai fatti di Seano del 2024 – ha aggiunto – ma faccio presente che dal 2014 al 2024 la guida della città è stata affidata alla stessa amministrazione, le scelte di quel decennio hanno avuto come responsabile Matteo Biffoni. Se oggi si afferma che il modello ha mostrato limiti evidenti, che i controlli non sono stati sufficienti, che il fenomeno dello sfruttamento continua a manifestarsi, che il rapporto tra legalità e sviluppo è rimasto irrisolto, allora non si può evitare di interrogarsi anche sulle responsabilità politiche di chi ha governato. Il documento giustamente invita a smettere di cercare sempre colpevoli esterni. Condivido: per anni abbiamo sentito dire che era colpa dei cinesi, per anni abbiamo sentito dire che era colpa di Roma, per anni abbiamo sentito dire che era colpa del governo”.
Banchelli invita infine a guardare oltre. “Se davvero vogliamo superare questa logica, allora dobbiamo avere il coraggio di riconoscere che una parte delle responsabilità appartiene anche a chi ha amministrato la città e ha avuto il compito di affrontare questi problemi.
Non condivido invece l’idea che tutta la città sia corresponsabile nello stesso modo. Esiste una differenza profonda tra chi ha governato e chi ha subito. Tra chi aveva il potere di decidere e chi chiedeva di essere ascoltato. T
ra chi ha tratto vantaggio da un sistema distorto e chi ne ha pagato le conseguenze. Tra chi ha scelto di tollerare e chi ha denunciato – ha concluso – Prato esiste da anni una parte della città civile, civica e politica che sostiene con convinzione che la legalità debba essere il fondamento di qualsiasi politica di sviluppo.
Esiste una parte della città che ritiene che il Made in Italy non possa essere affidato a sacche di illegalità e sfruttamento. Esiste una parte della città che ritiene necessario separare con chiarezza le aree produttive da quelle residenziali. Esiste una parte della città che crede che il dialogo con le comunità straniere sia fondamentale, ma che debba fondarsi su regole chiare, reciproche e non negoziabili.
Esiste una parte della città che considera la tolleranza verso l’illegalità non un segno di apertura, ma una forma di debolezza. Questa parte della città c’è sempre stata. Non è stata ascoltata abbastanza. E solo di questo mi prendo la responsabilità di non essere riuscito a farmi sentire a sufficienza. Oggi il documento della Pastorale Sociale pone molte domande corrette, che diventano però davvero utili solo quando vengono poste nel momento giusto e a tutti i soggetti coinvolti. Anche a chi ha governato.
Anche a chi ha scelto di non alimentare il confronto pubblico. Anche a chi, pur vedendo i problemi, ha preferito rinviare il dibattito. Noi continueremo a esserci. Da cittadini, da amministratori, da rappresentanti politici. E, per quanto mi riguarda, anche da cattolico. Perché credere nella legalità, nella dignità del lavoro, nella responsabilità personale e nel bene comune non significa soltanto denunciare i problemi dopo che si sono manifestati. Significa avere il coraggio di affrontarli quando c’è ancora la possibilità di scegliere una strada diversa”
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